Periodicamente, sulla stampa nazionale, la «questione Campania» torna al centro del dibattito politico. E, come spesso è avvenuto, da qualche parte si continuano a riproporre, ancorché rivedute e corrette, analisi sociologiche non adeguate a leggere la complessità antropologica della nostra regione. E, tuttavia, è sotto gli occhi di tutti il declino non solo del «meridionalismo di sinistra » ( di ispirazione gramsciana, ridisegnato e ripensato, nel dopoguerra, dagli Amendola, dai Di Vittorio, dai Li Causi, dai De Martino, dai Grieco), ma anche di quello liberal-democratico, che, pure, era sembrato capace di ispirare inediti processi di rinnovamento nella nostra società. Contigua al declino di tante «culture del Mezzogiorno» è la crisi in cui è venuta a trovarsi la nostra regione, governata, negli ultimi quindici anni da un centro sinistra malaccorto, la cui politica è stata caratterizzata da una pratica personalistica e arrogante del potere, dalla inadeguatezza di una intera classe dirigente, dall’uso maldestro delle risorse ( soprattutto nel campo della sanità pubblica e privata), dalla onnivora presenza di folte schiere di consulenti e di tecnici, in molti casi, neppure in possesso di «requisiti minimi». Queste «voci» — è evidente— sono soltanto i titoli di alcuni capitoli della «cultura di governo» realizzata dal centrosinistra. Ad essa si sono giustamente riferiti quanti, commentando i dati emersi dall’ultima rilevazione Eurostat, relativi alla Campania, hanno manifestato la propria preoccupazione di fronte ai livelli drammatici e devastanti di una crisi, la quale, nonché economica e sociale, è culturale e antropologica. Sarebbe necessario, perciò, portarsi fuori dalla logica che ha orientato molte decisioni e scelte degli ultimi anni, e lavorare, da subito, alla costruzione di un moderno e agile partito che ponesse al centro della propria azione una rigorosa politica riformatrice eticamente sorretta. Purtroppo, però, ancora troppo lenta, generica e contraddittoria è la politica del Pd, vaghe molte sue proposte. Le stesse iniziative finora promosse sono state condotte nella linea del vecchio stile burocratico. Si pensi in particolare all’incontro sull’Università che si è svolto la scorsa settimana a Napoli, nella Stazione marittima, con la partecipazione di Bersani. Non c’è stato nessun dibattito degno di questo nome, non una discussione su tematiche qualificanti della riforma Gelmini; non è stata affrontata nessuna delle questioni decisive dell’università (docenza, riforma della facoltà, concorsi, riorganizzazione degli studi, ricerca…), non una riflessione sulla realtà accademica della regione. È davvero poco. Non è questa la strada per avviare un confronto di grande respiro col centro destra. Il quale è chiamato, oggi come non mai, ad operare scelte coraggiose, addirittura impopolari. Nel campo della scuola, del lavoro, nella riorganizzazione del nostro sistema sanitario. (di Aldo Trione da il Corriere del Mezzogiorno)
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