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martedì 22 aprile 2008

Banalità meridionali

Il più svelto a tirar fuori una proposta politica chiara dal terremoto elettorale del 12 e 13 aprile è stato Clemente Mastella che, affascinato dalla Lega e dalla sua abilità nel raccogliere voti interpretando «i bisogni veri della gente», ha deciso di costruire un'Udeur fatta di «tanti piccoli partiti regionali autonomi collegati a livello nazionale per identità di valori e di ideali». Altrettanto tempestivo (ma più ermetico) Antonio Bassolino che, pronto a combattere fino all'ultimo sangue pur di non essere escluso dal confronto sul futuro del Partito democratico innescato dai federalisti emiliani e veneti, ha proposto una versione aggiornata del vecchio «laboratorio campano »: una coalizione di partiti identica a quella degli ultimi otto anni, ma più selettiva e comunque autonoma da Roma. Peccato che le affinità tra i due leader campani e i loro modelli o interlocutori settentrionali finiscano qui. Sia la proposta politica della Lega che quelle avanzate dai Democratici «nordisti» muovono da un assunto potenzialmente antimeridiona-lista, ossia dalla centralità del federalismo fiscale come strumento necessario per affrontare i problemi di sviluppo economico e di stabilità sociale delle regioni del Nord. Né Mastella né Bassolino sembrano rendersi conto dei rischi che una prospettiva del genere comporta per il Mezzogiorno. E, cosa ancora più importante, nessuno dei due sembra disporre della credibilità necessaria per costruire una risposta efficace ad una politica siffatta. Ciò che serve al Mezzogiorno sono buone capacità amministrative e il ripudio di quella che Nicola Rossi ha definito su questo giornale «una politica bassa, fondata sull'intermediazione » come strumento per ottenere il consenso elettorale dei cittadini. Ora, per entrambe le cose né il clientelismo organico teorizzato e praticato da Mastella né il sistema di potere bassoliniano, pronto ad imbarcare tutti i protagonisti del disastroso governo regionale da lui presieduto negli ultimi otto anni (da De Mita a spezzoni di Rc, passando per qualche incauto esponente del defunto Partito socialista) sembrano rappresentare quella classe dirigente nuova, capace di quelle pratiche politiche e amministrative virtuose, di cui il Mezzogiorno ha un disperato bisogno. Tutto il resto sono parole in libertà. Banalità, come la promessa di Mastella che la linea dell'Udeur sarà decisa in funzione di «progetti» e «programmi». O l'insistenza di alcuni giovani leoni del Pd campano sulla necessità di «trovare coesione su un programma condiviso» (Enzo Amendola): un annoso problema che il «laboratorio » bassoliniano non ha mai risolto e che difficilmente risolverà, neppure con la fantastica novità rappresentata da un rinnovo generazionale in cui De Mita padre cederebbe il posto a De Mita nipote. O come l'idea piuttosto oscura di trasformare (sono sempre parole di Amendola) «un partito di tribù» in un partito di «uomini». Nel qual caso, non ci resta che augurare allo sfortunato Pd campano buona (e immeritata) fortuna. (Massimo Galluppi da il Corriere del Mezzogiorno)

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