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martedì 23 marzo 2010

Non c’è solo l’astensionismo

Regione Campania - È lecito chiedersi a chi veramente interessi la campagna elettorale per le regionali in Campania. La risposta più vicina al vero è forse quasi a nessuno, ad eccezione ovviamente dei candidati e dei loro fans più diretti. È peraltro vero che le elezioni oggi si decidono sulla base del carisma dei candidati più che sulle concrete proposte programmatiche e quindi l’abuso di slogan diretti a privilegiare la cosiddetta politica del fare lasciano il tempo che trovano, perché la gente non vi presta il minimo credito, così come non crede alla diverse proposte, a volte veramente intelligenti, che vengono avanzate, sia pure episodicamente. Un politico di grande esperienza, giorni fa, mi confessava che a Napoli, come in Campania, non mancano competenze e intelligenze raffinate, quello che manca è la passione e la fede nell’utilità e necessità della politica. Un giurista sommo, napoletano di lunga navigazione, si esprimeva sullo stesso tema, mostrando preoccupazione perché a suo avviso stanno maturando nella nostra società i germi per una trasformazione in chiave autoritaria della nostra democrazia. Le due analisi mi sembrano entrambe esatte e condivisibili. Tempo fa, il Corriere ha ospitato interventi molto acuti sull’attualità della funzione degli intellettuali nella formazione della pubblica opinione. Personalmente, non ritengo più significativo il chiarito ruolo, per la semplice ragione che quasi nessuno degli esponenti di questo ceto è disponibile a sopportare i disagi, la fatica, la dedizione esistenziale che la politica richiede, quasi nessuno ha la generosità di mettersi a disposizione della gente, ad ascoltarne i bisogni, a venire incontro a chi chiede aiuto. Vi è di certo grande attenzione alle cariche, al rilievo civile che la politica può dare, ma si cerca di ottenere tutto questo dal vincitore di turno, a un tempo sprezzato nelle analisi colte e poi blandito nei comportamenti reali, con doppiezza cinica. Questa condizione, etica e a un tempo determinata dalla decadenza sociale delle professioni intellettuali, crea le condizioni per quella svolta autoritaria di cui prima si parlava. Quello che deve fare paura non è solo l’astensionismo di massa, ma molto più la diserzione di coloro che qualcosa potrebbero fare e che invece non intendono operare, per mancanza di passione civile, di vocazione, sostanzialmente per egoismo costitutivo. E non si obietti che la politica è soprattutto un confronto tra interessi, circostanza vera ma che va inquadrata nel confronto ideologico che tali interessi stempera e sublima, poiché oggi il dato rilevante è costituito dalla prevalenza di interessi metapolitici, che prescindono cioè dal gioco democratico per la loro soddisfazione. In questo senso vi è una nefasta saldatura tra il tramonto della passione civile e la crisi della democrazia. (di Antonio Palma da il Corriere del Mezzogiorno)

L’incognita dell’astensione

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