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venerdì 21 settembre 2018

Intervista a Gabriele Sensales - «Vi racconto Siani Voce libera nella città omertosa»

L'ex capitano dei carabinieri amico di Giancarlo «A Torre Annunziata voleva risvegliare le coscienze Ma non credevo che la sua vita fosse in pericolo» 

Fonte: Salvatore Dare da Metropolis

Vico Equense - Lo sguardo è di ghiaccio. La voce è ferma. «Giancarlo Siani era un giovane che lottava per la giustizia facendo il giornalista-giornalista. E purtroppo è stato zittito per questo». Lo sospira con un velo di commozione, anche di rabbia. Poi sfiora la sua barba incolta e si volta verso il corridoio della sala delle Colonne dell'istituto Trinità e Paradiso di Vico Equense. Di colpo, nel cuore, affiorano i ricordi. Pare di tornare agli anni Ottanta, a quando lui, il generale dei carabinieri Gabriele Sensales, era il "semplice" capitano della caserma di Torre Annunziata e Siani era il giornalista sguinzagliato sul campo che lo avvicinava e lo cercava ogni mattino per avere notizie di prima mano. E' un flashback perché all'improvviso Sensales vede arrivare con la scorta Paolo Borrometi, un altro ragazzo che proprio come Siani ama il lavoro del cronista e che è finito da qualche anno nel mirino della criminalità organizzata del Ragusano. Una stretta di mano, un cenno d'intesa. «Giancarlo continua a vivere nell'animo di chi sta dalla parte giusta» dice il generale. Che guarda avanti, segue il passo svelto di Borrometi e poi scorge il volto amico di Paolo Siani, il fratello di Giancarlo, oggi parlamentare del Partito democratico. Quindi si accomoda al tavolo del dibattito su Siani e racconta il "suo" Giancarlo.
 
Generale, cosa aveva di speciale Giancarlo Siani? «La semplicità di dimostrare sempre, in qualsiasi modo e anche in maniera innocente, di essere una persona pulita. All'epoca eravamo coetanei e subito, appena ci conoscemmo, stringemmo un rapporto schietto, di stima reciproca. Giancarlo era bravo perché faceva il suo lavoro con discrezione. Gli volevo bene davvero. Ho perso un grande amico. Me lo ha dimostrato in numerose occasioni». Tipo? «Talvolta veniva a conoscenza di informazioni decisamente importanti riguardanti alcune indagini. Avrebbe potuto fare uno scoop ma, pur di non creare problemi a me e agli investigatori, a volte rinviava la pubblicazione di un articolo. Lo faceva sacrificandosi, agiva così per garantire il segreto di un'inchiesta che avrebbe dovuto portare a un risultato importante per la giustizia. Anche a rischio di venir bruciato da qualche collega concorrente, preferiva mantenere intatti i rapporti umani e di amicizia intessuti con le sue fonti. In caserma era praticamente divenuto di casa. Conosceva tutti e veniva apprezzato per la sua opera». Come ha appreso la notizia del suo omicidio? «Dieci minuti dopo l'agguato ho ricevuto una telefonata nell'ufficio in caserma. Mi fu detto che Siani era rimasto ferito e che presumibilmente era morto. Ricordo ogni det taglio di quella sera del 23 settembre 1985». Ha mai temuto per la vita di Siani? «No, non avevo questa sensazione. E soprattutto non sapevo che fosse in una situazione di pericolo e che la malavita lo voleva eliminare. Qualora avessi avuto notizie del genere sicuramente l'avrei protetto, avrei fatto di tutto per sottrarlo alla ferocia dei suoi assassini. Di certo non sarei stato solo perché Giancarlo aveva saputo farsi conoscere e amare davvero anche da tanti altri colleghi. E non solo perché era il giornalista che scriveva di una cittadina importante della provincia come Torre Annunziata e per un quotidiano nazionale come II Mattino. Facevano la differenza lo spessore umano della sua persona e le qualità con cui interpretava la sua professione». Secondo lei, oggi lo Stato difende a dovere i giornalisti che si occupano di criminalità organizzata? «Purtroppo continuano le minacce di morte nei confronti di chi fa questo lavoro con grosso senso del dovere. Viviamo in un Paese in cui lo Stato, impegnando risorse economiche e umane, difende di più l'incolumità personale dei pentiti a dispetto di chi invece non si è mai macchiato di un piccolo reato. Parliamo, sia ben chiaro, di gente che ha ucciso, commesso pure centinaia di omicidi, imposto tangenti, riscosso estorsioni, portato avanti piani fuorilegge, truccato appalti, e che ha le spalle coperte dallo Stato. In Italia, i collaboratori di giustizia sono tutelati sicuramente meglio delle persone che hanno invece una, moralità inattaccabile, che sono oneste da sempre e per sempre». Cosa direbbe oggi a un ragazzo che vuole fare il giornalista? «Di attenersi al proprio senso civico e deontologico e di farlo senza voler strafare, evitando sensazionalismi di sorta o forzature, occupandosi di verificare con scrupolo le proprie notizie, ricordando di essere sempre dalla parte giusta». Se lei adesso potesse incontrare Giancarlo Siani, cosa gli direbbe? «Che è un giornalista-giornalista, il giornalista-giornalista. E che questo non può essergli tolto da nessuno, neppure dai sicari della camorra». La gente di Torre Annunziata che idea aveva di Siani? «Giancarlo amava molto stare per strada, pure nei vicoli. Era conosciuto e rispettato dalle persone pulite. Ed era temuto dai disonesti perché sapeva dare voce anche a quei cittadini che umilmente soffrono, con dignità, senza piegarsi alla camorra. Allora Torre Annunziata era divenuta una città senza regole. Dal 1981 al 1986 furono uccise 140 persone. Bisognava risvegliare le coscienze, specialmente quelle degli adulti, cercando di combattere l'omertà che occupava ogni angolo del territorio. E Giancarlo ci stava provando, lo faceva raccontando ciò che avveniva, con precisione e senza fermarsi. Quegli anni erano importanti perché stavano per arrivare fiumi di danaro per la ricostruzione post terremoto. C'erano business illeciti. Penso alle case popolari da costruire, penso anche al quadrilatero delle Carceri» Oggi si può ritrovare lo spirito di Siani? «Giancarlo rivive negli onesti».

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