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martedì 16 aprile 2019

Notre Dame

di Filomena Baratto

Vico Equense - Le prime immagini sembravano di fantascienza, poi le fiamme aumentavano fino a divorare la guglia principale. Parigi, il cuore della vecchia Europa, langue e lotta col fuoco. Un fuoco crudele e assassino che in poco tempo ha consumato quella bella immagine che avevamo di Nostra Signora di Parigi. Assistere impotenti mentre tutto viene giù è qualcosa che eravamo abituati a vedere solo nei film. Ma quanto dobbiamo credere ai film? Se poi si avverano finisce che non crediamo più alla vita. La vita! In questo mondo tutto è un insieme, niente vive solo per se stesso, uomini, animali, piante, cose… Siamo un consorzio dove ognuno vive anche grazie all’altro. Ma lo abbiamo capito? Forse no! Tutti conosciamo Parigi o l’abbiamo immaginata attraverso i film dove Notre Dame svetta come simbolo di arte medievale in stile gotico e simbolo della cristianità, costruita a cominciare dal 1163, a croce latina, 5 navate, doppio deambulatorio e transetto. Crediamo che tutto sia accaduto per un maldestro servizio di un operaio se non altro per avere un capro espiatorio da mettere alla gogna. Ma la paura a guardare queste immagini è pensare che le cose siano andate diversamente. Ma ormai il danno di un incidente o un dolo non cambia il risultato. Ci vorrebbe Carver a spiegarci quello che è successo, così come avviene in uno dei suoi racconti “Cattedrale” dove si sforza di descriverla a un cieco. Un impegno che favorisce lo sviluppo della sensibilità necessaria a farci convivere con gli altri, a restare uniti e capire che da soli siamo niente. Solo insieme impariamo anche in situazioni impossibili come in questo caso, in cui, la difficoltà di comunicare fa trovare strategie adatte e scoprire che la parte debole, il cieco in questo caso, insegna per primo a chi crede di essere normale.
 
Dalla quotidianità emergono grandi insegnamenti leggendo gli eventi nella loro essenzialità. Il protagonista si sforza di presentare quello che vede alla tv “ Alla fine sul video è apparsa quella famosissima di Parigi, con gli archi rampanti e le guglie che puntano alle nuvole. La telecamera è arretrata per mostrare l’intera cattedrale che si stagliava all’orizzonte. […] “Ma tu ce l’hai un’idea di che cos’è una cattedrale?” […] Il cieco risponde: “So che ci sono voluti centinaia di uomini e cinquanta o cento anni per costruirle”. L’ho appena sentito dire da quel tizio, naturalmente. So che intere generazioni di una stessa famiglia a volte hanno lavorato a una cattedrale. L’ho sentito dire anche questo. Quelli che hanno messo tutto il lavoro della loro vita per cominciarle, non hanno mai visto l’opera finita. Da quel punto di vista, fratello, non è che siano molto diversi dal resto di noi, giusto?” Una cattedrale dovrebbe essere per sempre e invece… Si capovolgono le certezze, finiscono i miti, si superano le tesi. Intanto il mondo resta sospeso a vedere una parte di sé cadere. Le torri gemelle, le bellezze del Medio Oriente, ora Parigi, sono indicatori di un crollo interiore, di una perdita di se stessi. Quando crollano tante cose è come non credere più, soprattutto se a perdere è l’arte. Notre Dame, meta di turisti da tutto il mondo, non è solo un luogo, un culto, un monumento. E’ il cuore di tutti noi che impallidisce e resta spaventato dopo aver assistito a tanta brutalità. E la risposta a quanto è accaduto sembra darla lo stesso Carver attraverso il racconto: “Sono davvero grandi”, ho aggiunto. “Massicce. Sono fatte di pietra. A volte di marmo. Ai vecchi tempi, quando costruivano le cattedrali, gli uomini volevano essere vicini a Dio. Ai vecchi tempi, Dio era una parte importante della vita di ognuno. Lo si capisce da tutte le cattedrali che costruivano.

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