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venerdì 26 giugno 2026

Vico Equense. Spiagge libere sotto chiave: la politica del lucchetto che punisce i cittadini

Vico Equense - Il ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) rappresenta l'atto di resa definitivo della politica locale. Quando un cittadino o un'associazione si vedono costretti a impugnare un'ordinanza sindacale davanti a un giudice, significa che il patto sociale di cittadinanza è saltato e che le istituzioni hanno rinunciato al loro compito primario: governare la convivenza civile. L'ordinanza n. 107 del 19 giugno 2021 del Comune di Vico Equense ne è un esempio lampante. Il documento mette nero su bianco un decennio di toppe amministrative, una cronistoria di "chiusure" nate per arginare il degrado, gli atti vandalici e la malamovida sugli arenili delle Calcare, del Pezzolo e di Postali. La soluzione adottata dal Comune? L'installazione di cancelli fisici e l'interdizione totale dell'accesso notturno, delegando persino ai concessionari privati le chiavi e la responsabilità di sbarrare il demanio pubblico. I testi delle premesse dell'ordinanza si leggono come un bollettino di sconfitta. Di fronte all'abbandono indiscriminato di rifiuti, all'accensione di fuochi e ai bivacchi molesti, un'amministrazione efficiente risponde con il controllo del territorio, il potenziamento dell'illuminazione pubblica e sanzioni mirate. Quando invece si sceglie la via del divieto generalizzato e preventivo, la politica abdica. Si decide di punire l'intera collettività per l'incapacità di sanzionare i singoli incivili. Il messaggio culturale che passa è devastante: lo Stato non è in grado di garantire la sicurezza, quindi chiude il bene pubblico per evitare il problema.

 

L'aspetto più critico di questa gestione amministrativa è la delega della chiusura e dell'apertura dei cancelli ai legali rappresentanti dei lidi privati confinanti. Questo approccio crea un pericoloso precedente di commistione tra l'interesse commerciale e la gestione del demanio, trasformando di fatto un diritto di tutti (l'accesso al mare) in una concessione mediata da un cancello sorvegliato da privati. La giustizia amministrativa si è più volte espressa contro la compressione del diritto di accesso al mare per ragioni meramente organizzative, ribadendo che la spiaggia libera è un bene destinato all'uso collettivo e che nessuno può privarne i cittadini. Quando la mediazione politica fallisce e i canali democratici si trasformano in muri e barriere fisiche, il ricorso al TAR diventa l'estrema trincea per la difesa dei beni comuni. Rivolgersi a un giudice per poter camminare su una spiaggia pubblica dopo le otto di sera non è una semplice vertenza legale: è la prova provata che la burocrazia del divieto ha sostituito la politica dell'integrazione e del controllo. Finché le nostre spiagge saranno regolate da lucchetti e ordinanze restrittive, la politica locale non potrà sbandierare successi turistici, ma dovrà solo fare i conti con il proprio fallimento sociale.

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