Napoletana, esperta d'arte, "con una passione per la fotografia", è curatrice della
Fondazione Mannajuolo al Blu di Prussia 
Maria Savarese
di Pasquale Raicaldo - La Repubblica Napoli
Napoli - Pile di libri disordinati, uno sull'altro, e poi vecchi vinili, giradischi e opere d'arte. Dice che la sua casa è «una grande opera incompiuta», perché, in effetti, la compone da anni a piccoli passi, insieme a suo marito: lei appassionata del contemporaneo, lui del Seicento. Pizzofalcone, collina di Monte di Dio: il chiacchiericcio di fondo dell'overtourism arriva ovattato. «Ma anche qui in molti hanno iniziato a vendere, o a trasformare le proprie case in b&b», annota Maria Savarese, curatrice d'arte. Classe 1971, è l'espressione di una casa piena di cose, che la abitano in tutta la sua grandezza: quasi uno studio, si direbbe, e in fondo - ammette - «viene voglia di aprirla a chiunque voglia venire a leggere qualcosa». Del resto, qui sono accadute anche tante cose: nel 2014, per esempio, Roberto De Simone approfittò dell'ospitalità di Maria e di suo marito per fare le prove, in un appartamento ancora diroccato, di uno spettacolo che avrebbe portato al San Carlo. «Sì, arrivò con l'orchestra. Più microcosmo che casa, ci sono passati tanti degli artisti con i quali ho lavorato negli ultimi vent'anni». Laurea in Lettere alla Federico II, specializzazione e dottorato di ricerca in Storia dell'Arte e delle Arti minori, oggi è consulente culturale al Comune di Lecce e curatrice artistica della Fondazione Mannajuolo Al Blu di Prussia di Napoli.
«Un presidio in cui si sono intrecciate le passioni di Giuseppe e di Patrizia Mannajuolo per il grande cinema e quella mia e di Mario Pellegrino, direttore artistico dello spazio, per le arti visive, in particolare per la fotografia. Negli anni abbiamo invitato ad esporre i grandi maestri della fotografia internazionale, da Giovanni Gastel a Francesca Woodman, da Guy Bourdin a Gian Paolo Barbieri, da Erwin Olaf ad Alfa Castaldi, fino alla collezione di Carla Sozzani. Il luogo è espressione del miglior liberty italiano, spazio ideale per videoproiezioni e presentazioni. Con Pellegrino c'è un'intesa rara e preziosa». Savarese, quando ha capito che l'arte avrebbe orientato la sua vita? «Da bambina, al San Carlo, ammirando Rudolf Nureyev. Mi accorsi che stava succedendo qualcosa di incredibile: l'armonia mi rapiva, fu lì che capii che avrei studiato arte. Papà Giuseppe era ingegnere, gli fu impossibile dissuadermi. Così ho perseverato e negli anni mi sono specializzata negli Archivi del contemporaneo, concepiti come memoria viva». Con un'arte in particolare nel cuore? «Sì, la fotografia. Ma i progetti che ho curato sono stati sempre caratterizzati da una marcata contaminazione ed interdisciplinarietà dei diversi linguaggi: arti visive, teatro di ricerca, cinema. Con la fotografia che ha sempre avuto un ruolo dominante». Teme che l'intelligenza artificiale possa contaminarla? «Il processo creativo deve restare umano. Ma ragionare con l'AI sarà ineluttabile. Non siamo però disposti, noi che lavoriamo con l'arte, ad accettare processi generativi che rinuncino all'anima delle cose». A quali artisti napoletani è più legata? «Sono grata a tutti gli artisti napoletani e campani con cui ho lavorato negli anni. Fra questi, Oreste Zevola, disegnatore, pittore, scultore, ha avuto un posto speciale nel mio cuore: è stato un amico prezioso e la sua perdita, nel 2014, è stata dolorosissima. Dieci anni dopo ho voluto ricordarlo con una mostra Al Blu di Prussia, grazie alla Fondazione e a Marina Gargiulo che oggi porta avanti il suo archivio. Sono legata alla fotografia napoletana tutta: Mimmo Jodice, Luciano D'Alessandro, Fabio Donato, Cesare Accetta, Antonio Biasiucci e Ciro Battiloro. Espressione, tutti, di un meraviglioso equilibrio tra arte e capacità di raccontare la città». C'è un incontro che l'ha segnata? «Quello con il gallerista Salvatore Pica, che mi ha letteralmente insegnato un mestiere. Di più: a vedere la vita. Devo a lui, alla sua vitalità, quel che sono». Ha molto amato Emma Dante. «Un incontro dirompente. Andai a Palermo, alla Vicaria, lo spazio teatrale indipendente che aveva fondato nel 2008 con la sua compagnia, Sud Costa Occidentale. Selezionammo il suo universo teatrale: locandine, oggetti di scena, foto. E tutto portai a Napoli, in questa casa, occupandola. Arrivò il Covid, e gli oggetti della Vicaria rimasero qui per oltre un anno. Lei mi disse di rispedirli, era tutto un'incognita. Io resistetti: "La mostra la faremo, la pandemia finirà". Così, tra giugno e luglio 2021, prese forma "Bestiario Teatrale", nell'ambito del Campania Teatro Festival". Porta grandi artisti a Napoli, ma anche Napoli in giro per l'Italia. «Avviene da sempre, per la nostra città: Napoli accoglie ed esporta, sin dalla notte dei tempi. Così, ho realizzato a Torino, Milano, Lecce mostre di artisti campani, come Gianni Fiorito sulla filmografia di Paolo Sorrentino, di Pasquale Palmieri su Mimmo Paladino, o di Mathelda Balatresi, curata con Marco Petroni». Fotografia e cinema, altro bell'intreccio. «Sì, ho curato in Irpinia la prima antologica dedicata ad Ettore Scola, a Palazzo Reale un'altra dedicata a "The Young Pope", prima regia televisiva di Sorrentino. E al Mann quella di "È stata la mano di Dio". Ancora: per le celebrazioni dei trent'anni di Teatri Uniti, direttore artistico Toni Servillo, una mostra Palazzo Reale di Napoli, nell'ambito del Napoli Teatro Festival». A Napoli esiste una cultura elitaria ed una pop? «Napoli ha più anime, che possono convivere in una visione ampia e inclusiva della sua cultura. Mio figlio ventenne mi ha aperto gli occhi sui nuovi linguaggi. Quel che manca è una regia che riesca ad ascoltare tutto, amalgamandolo». Lei ha collaborato a lungo con Nino Daniele, durante il suo assessorato alla Cultura. «Sì, e prima ancora con Antonella Di Nocera. Nino Daniele ha da sempre una vocazione all'ascolto non comune». Non vede di buon occhio l'exploit turistico della sua Napoli? «Nulla contro il turismo, ci mancherebbe. Ma va regolamentato. E bisogna chiedersi cosa stia diventando Napoli, con gli effetti nefasti di flussi che generano confusione e rendono invivibile la città. C'è anche una questione di identità: vi piace via Chiaia invasa di negozi di souvenir? La situazione sta sfuggendo di mano, altrove l'overtourism è stato governato. Non qui». Ha lavorato anche nelle aree interne, soprattutto in Irpinia. «Sono stata direttrice artistica del progetto "Sistema Irpinia per la Cultura Contemporanea" e ho ideato e curato due edizioni di "Paesaggi in movimento", progetti finalizzati allo sviluppo delle aree interne della Campania. Un percorso volto a valorizzare il patrimonio artistico già presente in quei territori, mettendolo in dialogo con artisti contemporanei. Credo molto nel potere dell'arte diffusa, né è utile ragionare solo in termini Napoli-centrici. La stessa città deve combattere la forza che concentra tutto in alcuni quartieri, proseguendo il percorso di rigenerazione delle sue periferie, dove l'arte può diventare strumento di riscatto. Come abbiamo fatto con Bruno Fermariello a Nisida, promuovendo un laboratorio con i ragazzi dell'Istituto Penale Minorile. E come sta accadendo a Napoli Est, area dal grande potenziale». A cosa sta lavorando, ora? «Ho due progetti in cantiere. Il primo è dedicato all'architetto torinese Carlo Mollino e alle sue Polaroid, cui dedicherò un'antologica. Il secondo al regista Mimmo Calopresti con il quale stiamo strutturando una mostra di sue fotografie, concepite quasi come un contrappunto espositivo del suo cinema del reale. Approderanno entrambi, dopo l'estate, Al Blu di Prussia». Maria Savarese in due scatti di Stefano Renna
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