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venerdì 9 ottobre 2026

Monte Faito, il fallimento della riforestazione PNRR: migliaia di piantine morte e scoppia la protesta del WWF

Un intervento da 1,5 milioni di euro per rinverdire la montagna devastata dagli incendi del 2017 finisce nel mirino degli ambientalisti. Il presidente d’Esposito: «Alberelli usa e getta. Abbiamo riforestato solo sulla carta, chi doveva controllare?» 

Vico Equense - Doveva essere il grande progetto della rinascita verde, il simbolo del riscatto per una montagna ferita. Si sta trasformando, invece, in un paradosso ambientale ed economico. Al centro della bufera c'è il Monte Faito, il gigante dei Monti Lattari, dove un maxi-intervento di forestazione da oltre un milione e mezzo di euro finanziato con i fondi del PNRR rischia di rivelarsi un flop clamoroso. A lanciare l'allarme, dati e sopralluoghi alla mano, è il WWF Terre del Tirreno, che denuncia il fallimento della piantumazione: migliaia di giovani alberi sarebbero già morti, lasciando sul terreno solo plastica e desolazione. Lo scenario descritto dagli ambientalisti nell’area sottostante il centro sportivo e sul promontorio occidentale del belvedere è spettrale. Tra erbe infestanti, rovi e ortiche spuntano migliaia di contenitori in plastica rosa, esili supporti e tappetini antiradice. Ma dentro quei tubi protettivi, la vita è già svanita. Secondo le stime del WWF, circa il 70% delle essenze messe a dimora è costituito da arbusti e, tra le giovani piantine arboree, ben tre su quattro (il 75%) sono già morte. «Abbiamo riforestato solo sulla carta, nient’altro che numeri», attacca duramente Claudio d'Esposito, presidente del WWF Terre del Tirreno. «Migliaia e migliaia di piantine sono già morte e secche. Alberelli usa e getta. Non solo hanno piantato male, in una stagione agronomicamente non idonea, e hanno omesso le cure, ma hanno anche reso vana quella che poteva essere una possibilità di rinascita per la montagna».

Oltre al danno naturalistico, c'è il rischio beffa: i materiali plastici abbandonati sul suolo minacciano di disperdersi nell'ambiente o, peggio, di trasformarsi in combustibile tossico in caso di nuovi roghi. La vicenda affonda le radici nel novembre 2022, quando la Città Metropolitana di Napoli – guidata dal sindaco Gaetano Manfredi e dal vicesindaco Giuseppe Cirillo – diede il via libera formale agli interventi per un importo esatto di 1.504.999,91 euro. L’obiettivo era nobile e urgente: ripristinare l'ecosistema del Faito devastato dai terribili incendi del 2017, che avevano incenerito milioni di alberi (inclusi pini neri secolari) e aggravato il dissesto idrogeologico, con continui distacchi di roccia sulla sottostante ex strada statale 269. All'epoca, il consigliere metropolitano con delega al Faito, Giuseppe Tito, aveva magnificato i benefici attesi: recupero ambientale, stabilizzazione dei versanti e migliore deflusso delle acque. Promesse che oggi, secondo il WWF, si scontrano con la dura realtà del terreno. Ora l'associazione ambientalista chiede trasparenza e invoca controlli serrati. Gli interrogativi sono chiari e puntano alla catena di comando del cantiere: chi ha seguito la direzione tecnica e agronomica? Chi doveva verificare l'attecchimento? Quali cure colturali e annaffiature di soccorso sono state garantite dopo la piantumazione? «I media hanno raccontato di migliaia di alberi piantati, ma chi doveva controllare? A chi spettavano la direzione tecnica e le cure successive?», incalza d’Esposito. La denuncia sulla riforestazione PNRR è solo l'ultimo tassello di un mosaico di illegalità e gestione allegra che sta soffocando i Monti Lattari. Il WWF elenca una lista infinita di criticità: bracconaggio diffuso (con il recente ritrovamento di decine di impianti elettroacustici illegali per catturare le quaglie), tagli abusivi e furti di legname, edilizia selvaggia e persino l'abbandono di rifiuti pericolosi come l'amianto. Sotto accusa finisce anche il modello di turismo di massa promosso sul monte: eventi rumorosi, concerti notturni nel castagneto, gare di trail nei boschi e competizioni automobilistiche. Tutte attività che, per gli ambientalisti, violentano un ecosistema fragilissimo. L'affondo finale di Claudio d’Esposito suona come una provocazione alle istituzioni: «C’è qualcuno a cui interessa ancora la salvaguardia del Monte Faito? Più che un Parco naturale, quello dei Monti Lattari appare sempre più un Parco Giochi». La parola passa ora agli enti competenti, chiamati a spiegare come siano stati spesi i fondi pubblici europei e perché quelle piantine, anziché dare ossigeno al futuro del Faito, siano morte prima ancora di nascere.

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