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lunedì 12 maggio 2008

Ombre e luci dello Shadow cabinet

“In politica chi perde va a casa: applico a me stesso questo principio che credo tutto il Paese si aspetti dai politici”, afferma Prodi. L'ex premier durante la trasmissione “Crozza Italia live” su La7 ribadisce di non essere interessato a candidarsi a sindaco di Bologna: “Quando ho detto che mi sarei presentato al Senato per chiedere il voto l'ho fatto. Quando ho detto che non mi sarei presentato più l'ho fatto. Quando dico una cosa la mantengo. Oggi sono un iscritto al Pd e basta”. Una frecciata a Walter Veltroni, che dopo la sconfitta alle politiche non solo rimane in sella al cavallo del Pd, ma si è auto-nominato premier. Ombra, ma pur sempre premier. Con tanto di governo “ombra”, che è oggetto di due articoli proposti da la Repubblica. Uno quello del britannico John Lloyd che approva la scelta di Veltroni e gli regala qualche consiglio. Invece Stefano Rodotà è alquanto dubbioso. Secondo Lloyd, Veltroni ha fatto una mossa decisiva, che può costruire una credibilità dell’opposizione. Poi ovviamente — scrive — ci sono delle altre ragioni, meno elevate, per quella mossa: ricompensare le persone che godono della fiducia del leader, legarle a sé grazie a una sorta di responsabilità collettiva, garantirsi la lealtà di tutte “le ali del partito”, permettere ai più bravi di mettersi in mostra e al tempo stesso di rendere popolari le politiche sostenute dal partito. Rodotà sostiene invece che l’idea che basti tallonare il vero governo per svolgere il ruolo che oggi si chiede ad una opposizione è una pia illusione. “L´esperienza italiana, invece, ci dice chiaramente che il punto essenziale è ormai rappresentato dal modo in cui si definisce l´agenda politica, dunque i temi nei quali l´opinione pubblica si riconosce e intorno ai quali si coagula il consenso”. Il centrodestra “ha vinto le elezioni proprio imponendo la propria agenda”.

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