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lunedì 31 ottobre 2022

La mia amata Bic

di Filomena Baratto

E’ una leggenda! Possiamo avere le penne più costose e nuove ma la Bic è un’altra cosa. Leggera, impalpabile, una punta ben definita, dà una linea senza sbavature, precisa, snella e inimitabile. Il tratto bic si riconosce da tutti gli altri. Scivola sul foglio con l’inchiostro ben incanalato dai movimenti della mano. La portiamo con noi sin dalle elementari, ha costruito la nostra storia scolastica. Mentre affiorano modelli da tutte le parti, lei è inconfondibile, sempre uguale a se stessa sin dal momento della sua nascita nel 1950, nei suoi colori principali, tra cui il nero, il blu, il rosso, il verde. E’ di media grandezza con un corpo snello e sfaccettato per una migliore presa, con un piccolo oblò a metà altezza per respirare, una sfera e una punta nel becco di proporzioni giuste, con un tappetto a chiusura del corpo per evitare la fuoriuscita dell’inchiostro dal pennino e sovrapposto un tappo con peduncolo laterale per un’aderenza migliore. Ogni scrivania, ogni borsa, ogni armadietto, portapenne ne ha almeno una. Personalmente ne compro dieci per volta e mi piace anche regalarle, come se volessi donare la mia felicità di quando scrivo. Nel momento in cui hai bisogno di una penna, non ne trovi nemmeno una: dormono nei vari cassetti, borse, astucci. Lei è servizievole, sempre a vista, nei posti impensabili, pronta all’uso.


 

La puoi trovare in cucina, come in bagno, sul camino o sul davanzale, è come una farfalla: svolazza da una parte all’altra senza che te ne accorga. E quando tutto sembra perso, la Bic ci salva spuntando al momento opportuno. Quante volte la tiriamo dalle mani degli altri, la appoggiamo tra i capelli, sull’orecchio, a mo’ di salumiere o la lasciamo dondolare tra le mani. Ha sperimentato il lavoro di un compito, un registro, uno scritto lungo, un diario, una poesia, una lettera, documenti vari, scarabocchi, rappresentazioni. Non c’è arte in cui non sia entrata. E poi quante volte abbiamo ammazzato il suo tappo tra scariche nevrotiche, mangiucchiandolo in preda alle tensioni, alla ricerca di frasi per un tema, mentre dal banco cercavamo le idee migliori guardando fuori dalla finestra. I denti si sono fortificati a forza di mangiare tappi di Bic, perché mica si poteva mangiucchiare una penna stilografica o delle migliori, tra le costosissime? Dalla forma in cui riducevamo il tappo, avremmo potuto fare una radiografia del nostro stato d’animo e dall’altezza dell’inchiostro nel pennino la quantità di scritti profusi. La Bic ci salva sempre e quando l’inchiostro finisce, ci lascia un po’ tristi, per come ci ha serviti, parte di noi credendo che non ci lasciasse mai. E dopo tre chilometri di scrittura, dobbiamo lasciarla. Eppure a guardare il pennino vuoto, pulito, la sua nuova leggerezza ci svuota. Quanta strada fatta da quando il barone piemontese Marcel Bich diede vita alla penna più conosciuta nel 1950 nella sua azienda di Clichy in Francia insieme a Edouard Buffard. Il nome della penna è proprio quello del barone ma senza l’acca, che fu tolta per evitare equivoci con la parola inglese bitch di significato spregiativo. L’invenzione è avvenuta casualmente e si deve al giornalista Laslò Jozsef Birò. Osservando un gruppo di ragazzini giocare a biglie in una pozzanghera, notò che le sfere, uscite dall'acqua, lasciavano al suolo una striscia umida. Egli puntava a scrivere senza interruzione, mentre la stilografica andava ricaricata d'inchiostro di continuo. L'invenzione fu brevettata nel 1938 e dal suo inventore fu chiamata "biro". Da allora è diventato un oggetto prezioso nella sua semplicità. Universalmente considerata un oggetto di design, tanto da essere esposta in musei prestigiosi, come il centre George Pompidou di Parigi e il MoMA di New York.

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