sabato 20 gennaio 2018

La solitudine

di Filomena Baratto

Vico Equense - La solitudine è il rapporto con noi stessi e questo è il punto che ci fa paura. Dobbiamo sopportare i nostri umori sempre diversi e possono essere sopra le righe o sotto i piedi, e conviverci non è facile. Ci sono tipi che ci riescono bene, sono assuefatti alla loro solitudine e non ci badano più di tanto. In certi casi si tratta di una forma più di egoismo, il voler competere solo con se stessi, siamo abituati ad eludere gli altri e ci misuriamo solo con noi stessi. Per converso ci sono quelli che darebbero l’anima per stare a contatto con gli altri ad ogni ora ma devono vivere disciplinati e silenziosi, vuoi per educazione o per regole da seguire o perché costretti. Qui la solitudine è più dura a mantenersi. C’è chi per natura ha bisogno di un confronto, di una chiacchiera per ogni sua azione, per un consiglio... Il bisogno a stare sempre e comunque in compagnia può essere incapacità a stare da soli ma anche una profonda conoscenza di se stessi da stare bene anche con gli altri. La solitudine peggiore è quella che, quando arriva, non ci fa stare bene. Da soli rimuginiamo, riflettiamo, mettiamo le idee sotto sopra, vediamo i nostri errori, le difficoltà, gli egoismi e gli opportunismi degli altri che giocano con le nostre emozioni o i nostri sentimenti e questo logorio mentale ci annienta. Questo tipo di solitudine molto spesso sfocia in depressione, se non risolta e chiarita. Solitudine e depressione sono un connubio che ben si legano e a volte è difficile uscirne. Serve l’evento o la persona adatta a scacciare le nostre paure e fantasmi, a far dileguare le nostre preoccupazioni che molto spesso si alimentano come gigantesche bolle fino a crescere smisuratamente. Spezzare questo circolo vizioso è necessario per ritornare al nostro equilibrio.
 
Di questo tipo nessuna fascia è protetta più di un’altra, siamo tutti a rischio, grandi, piccoli, uomini e donne e ha a che fare con il nostro carattere, la nostra sensibilità, il nostro rapporto con gli altri. Questi casi hanno bisogno di aiuto, dell' intervento di persone preparate che ci ascoltino, a cui raccontare le nostre paure. La solitudine ha bisogno di ascolto, sia di noi stessi che gli altri di noi. Poi ci sono quelli che stanno fin troppo bene da soli e, anche in compagnia, si comportano come se stessero da soli. Non danno ascolto all’altro, si chiudono nel loro mondo, non lasciano passare la comunicazione e adottano varie strategie pur di vivere secondo la loro indole solitaria. Ci sono solitudini anche quando si è in compagnia, quando si ha difficoltà a manifestare i propri sentimenti o le proprie emozioni o solo i semplici pensieri e, ogni volta, ricacciandoli dentro per mancanza di ascolto da parte dell’altro, si vive in solitudine forzata. Questa, credo, sia la solitudine peggiore, una solitudine che ti cambia, ti rende diverso, ti vuole più forte, più refrattario alle sofferenze, magari diventando più cinici e menefreghisti. Con la solitudine dobbiamo conviverci, fa parte del nostro bagaglio di vita, esperienza che non ha mai fine. Si dice che per stare bene in due bisogna saper vivere da soli, ma vivere da soli è una continua palestra di vita. Non si impara per sempre a star soli, si impara strada facendo e gli altri ci aiutano a capire che cosa bisogna migliorare per star bene con se stessi. Quello che imputiamo agli altri è solo il nostro modo di essere, che vediamo riflesso in chi abbiamo davanti. Gli altri ci fanno capire quali sono i nostri punti di forza e quelli di debolezza. Senza il confronto non potremmo migliorarci. «La solitudine è indipendenza: l'avevo desiderata e me l'ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri. » (Hermann Hesse)

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