sabato 30 settembre 2017

‘Na scalinatella

Via Pezzolo
di Filomena Baratto

Vico Equense - Mi piace Vico vista dalle scale. Ne ha diverse, ne ha strette e lunghe, ripide, silenziose o buie, ricche di vegetazione od ombrose e tortuose. Si conosce bene un luogo quando lo si visita a piedi. Le scale ne danno un’opportunità unica. Quanti scalini ha questa città per andare da un punto all’altro! Si ha, così, la visione verticale del territorio, attraversandolo come raggi di sole verso l’alto. Nel tempo le abbiamo tradite, per la fretta e, quando raramente vengono percorse, siamo distratti, non allunghiamo nemmeno il capo, né ci guardiamo intorno, a testa china a stento vediamo dove mettere i piedi. Le abbiamo evitate! Nemmeno si progetta più una scala, gli architetti le lasciano agli interni. Al loro posto gli ascensori, magari con vista, una cabina a tutto vetro, da cui l’unico sforzo è quello di avere pazienza: in pochi minuti siamo a destinazione. Ma sapete che la vista non vede soltanto con gli occhi? Che per ricordare un panorama bisogna percorrerlo, che i passi lubrificano il cervello, che muovere le gambe è tutto sommato vederci bene? Una volta sulle scale ci si fermava, si ammirava il panorama che si lasciava alle spalle, si saliva lentamente, ci si intratteneva, si discuteva, poi ci si fermava e si guardava indietro per vedere i passi fatti, da qualche posizione unica e si era privilegiati a conoscere quello scorcio esattamente da quella posizione. Con le scale ci si affanna, il cuore sale in gola, le condizioni fisiche spesso non consentono di affrontarle ma nemmeno i giovani amano la lentezza dei passi, lo spostarsi a piedi, stare per po’ soli, il tempo di percorrerle. Una volta ci si sedeva a riprendere il respiro e poi si saliva di nuovo.
 
Lungo il tratto da fare si rifletteva, si stava con se stessi per una buona mezz’ora. Quanti esami di coscienza in quel tragitto, quante decisioni prese, quante considerazioni, quante idee nuove! Il pullman era per chi non poteva fisicamente, o doveva andare oltre la fine delle scale. Ma quando si scendeva a piedi era come quando un re scende dal trono per visitare il suo regno. Una sensazione unica nel poter abbracciare quello che ci aspettava: il mare, la città, la villetta, la Marina. Quando si saliva, era come innalzarsi fino al cielo, un paradiso fatto di vedute, di verde, di colline e panorami e salendo lentamente era come inoltrarsi nelle nuvole. Una volta c’era l’esigenza di andare a piedi, di mantenere il contatto con la terra, di percorrere la verticalità tra mare e colline, con agilità e frenesia. Erano, le scale, luoghi percorsi a memoria, con muri alti o senza parapetti, ripide o ben definite. A volte erano veri e propri sentieri di montagna o di collina e i nostri nonni, fino all’avvento dei ciclomotori e della vespa, non conoscevano altro che la pedovia. Oggi andiamo alla ricerca di uno scorcio di panorama con scala di piccolo tratto, come elemento ornamentale e di completamento del paesaggio, artistica per una foto ma non da percorrere. Una volta le scale erano anche luoghi d’incontro. Quanti si davano appuntamento a metà scale: amici, fidanzati, donne al lavoro. Là dove ci si vedeva, proprio quello scorcio diventava unico nel ricordo. Qualcuna ci ricorda una foto scattata in famiglia, su qualche altra ci siamo seduti per la stanchezza. Ancora scale davanti casa con persone che non hai più visto e anche scale del sagrato ricche di confetti e riso. Scale come elemento architettonico di grande valore, di grande prestigio, ma le scale più belle sono quelle che intersecano la città e Vico è una città di scale, scalinatelle, scaloni lunghi, pezzi di strada nascosti che in un battibaleno ti portano dove non immagini. Scale di basalto e sampietrini, scale sfalsate, vecchie e scivolose. Spesso avvolte nella gramigna e nella parietaria, altre volte hanno muri a mo’ di prigione e mettono anche un po’ di ansia a percorrerle. Scale di tutti i tipi che, se le percorri, non trovi anima viva. Oggi sono scale sole per la maggior parte, scale non abituate ai bisbigli, alle risa, alle piccole cadute, o slogature, ai giochi tra ragazzi. Scale senza vita o non più quella intensa di una volta, quando nella stessa giornata le si percorreva tante volte. Scale dimenticate, sepolte dai rovi, ricovero per insetti e animali. Salire a piedi la città, è come sentirsi un cavaliere in groppa al suo destriero. Là un fiore, una coccinella, un foglio con una scritta che rievoca dolci ricordi, un muro imbrattato con tante richieste, fili elettrici che accompagnano il percorso e su un pezzo di cielo che sembra solo per noi. Salire è sempre difficile, come procedere nella nostra vita. Per questo mi piacciono le scale, ci permettono di fermarci all’occorrenza, valutare il percorso e caricarci per la meta!

1 commento:

Petito Ripandelli ha detto...

che nostalgia,sono nato nella casa dove ora al piano strada ce'il ristorante mustafa'nel lontano 1943.quelle scale risalite e ridiscese per molti anni dall'asilo alle elementari,che allegria. stanchezza no solo allegria. grazie per avermelo ricordato vivo a torino dal 1960 leggo i suoi articoli con grande interesse tito ripandelli