Vico Equense/Castellammare - Un silenzio irreale avvolge il piazzale della funivia del Monte Faito. Quello che un tempo era il cuore pulsante delle estati stabiesi, il punto d'arrivo di migliaia di turisti e cittadini in cerca di frescura e bellezza, oggi somiglia a uno scenario spettrale. L’ultimo, doloroso colpo al cuore della montagna è arrivato con l’annuncio della chiusura del ristopub Papillon. Una serranda che si abbassa, una scritta su Facebook che pesa come un macigno: “Bar/Hotel piazzale Funivia Castellammare di Stabia è finita, ci sono riusciti!”. Nelle parole e negli occhi della storica famiglia stabiese che gestiva il locale non c’è solo la resa economica, ma l’amarezza profonda di chi si è sentito lasciato solo a combattere contro i mulini a vento. La chiusura del Papillon non è la semplice fine di un’attività commerciale: è la perdita di un presidio sociale, l'ennesimo pezzo di storia che si sgretola nell'indifferenza generale. La fine della storia recente del Faito ha una data precisa: il 17 aprile dello scorso anno. Il tragico crollo della funivia, costato la vita a quattro persone, ha squarciato il velo sulle fragilità di questo territorio, lasciando dietro di sé una ferita mai rimarginata. Da quel giorno, la montagna di Castellammare è stata di fatto tagliata fuori dal mondo. Senza la funivia, l’unico cordone ombelicale rimasto è la lunga e tortuosa strada statale che sale da Vico Equense. Un percorso che scoraggia i visitatori occasionali, azzera il turismo mordi-e-fuggi degli stabiesi e trasforma un viaggio sul Faito in un'odissea logistica. Il risultato è una desertificazione totale. I turisti sono scomparsi, i residenti storici si sentono isolati e l'economia locale, privata della sua linfa vitale, è entrata in un'irreversibile agonia. A fare più male della crisi economica è però il vuoto istituzionale.
La rabbia che corre sui social network, tra i commenti dei cittadini e lo sfogo dei commercianti, punta il dito contro una politica immobile. Dopo la tragedia e il sequestro dell'impianto, si sono sprecate le passerelle e le promesse di facciata, ma nei fatti nulla è cambiato. Nessun piano concreto di rilancio a lungo termine, nessuna navetta sostitutiva davvero efficiente dal versante stabiese, nessun ammortizzatore o sostegno economico per gli imprenditori coraggiosi che hanno tentato di resistere lassù, a presidio della vetta. La sensazione diffusa è quella di un abbandono programmato, di una montagna dimenticata dai palazzi del potere. Il Monte Faito sta morendo di isolamento e burocrazia. Le sue faggete secolari, i suoi belvedere mozzafiato sospesi tra il cielo e il Golfo di Napoli non bastano più a salvarlo se manca la volontà politica di renderlo accessibile e vivo. La chiusura del ristopub Papillon deve essere l'ultimo campanello d'allarme. Senza interventi urgenti, senza il ripristino immediato della sicurezza e delle vie di comunicazione, la perla dei Monti Lattari rischia di trasformarsi definitivamente in un monumento all'incuria, un paradiso perduto impossibile da raggiungere.

Nessun commento:
Posta un commento