Tra il 2019 e il 2023, la prima versione del Reddito è costata ai contribuenti italiani circa 34,5 miliardi di euro. Una cifra astronomica a fronte di risultati sul piano dell'inserimento lavorativo che definire fallimentari è un eufemismo. Invece di creare un ponte verso l'impiego, la misura ha spesso alimentato un circuito assistenziale che ha scoraggiato la ricerca attiva di un'occupazione, offrendo una comoda alternativa al lavoro regolare. A questo si è aggiunto il festival delle truffe: migliaia di casi di indebita percezione, dichiarazioni false e frodi così ben ingegnate da eludere i controlli, drenando risorse pubbliche verso chi non ne aveva alcun diritto. Oggi la nuova versione targata Conte richiederebbe, secondo le prime stime di via di Campo Marzio, tra i 3 e i 4 miliardi di euro aggiuntivi all'anno rispetto ai fondi già stanziati per l'Assegno di Inclusione. In un Paese schiacciato da un debito pubblico record e con margini di manovra ridotti al lumicino, si tratta di risorse pesantissime. Denaro che viene sottratto a capitoli di spesa vitali e strutturali: la sanità pubblica in perenne affanno, il taglio del cuneo fiscale, il sostegno alle imprese che creano vera occupazione e gli investimenti sulla produttività. Il nodo politico resta evidente. Invece di investire sulla formazione reale, sul rilancio industriale e sulla creazione di posti di lavoro stabili, la ricetta proposta è sempre la stessa: distribuire denaro pubblico a pioggia. Una ricetta che geograficamente ha già dimostrato la sua efficacia elettorale – basti pensare al fatto che il 41% dei vecchi beneficiari risiedeva tra Campania e Sicilia, le stesse regioni che hanno blindato il consenso del Movimento nel 2018 e nel 2022 – ma che strutturalmente non risolve le cause della povertà. Inoltre, la strada verso il programma unico del Campo Largo si preannuncia in salita. Come riuscirà Conte a far digerire il "Reddito 2.0" ad alleati come Matteo Renzi o alle componenti più moderate della coalizione, storicamente contrarie ai sussidi a fondo perduto? La sensazione è che la proposta serva più a marcare un territorio politico e a raccogliere voti facili che a costruire una politica economica sostenibile. Contrastare la povertà e sostenere gli ultimi è un dovere morale e costituzionale della Repubblica. Trasformare l'assistenza in una fabbrica di consenso, senza garanzie di controlli rigorosi e senza una reale prospettiva di crescita per il Paese, è tutta un'altra storia. E il conto, come sempre, rischia di pagarlo il contribuente italiano.
martedì 3 novembre 2026
Il ritorno del Reddito: la scommessa (e il rischio) del "Socialismo 2.0" di Giuseppe Conte
Roma - C’è un fantasma che si aggira per le stanze del Campo Largo, ed è un fantasma color giallo Movimento. Giuseppe Conte ha deciso di rispolverare la bandiera più identitaria, divisiva e potente della storia recente dei Cinque Stelle: il Reddito di cittadinanza. Ribattezzato per l’occasione "Reddito 2.0", il sussidio si candida a diventare il pilastro programmatico attorno a cui costruire la sfida elettorale alla maggioranza di governo.
L’operazione viene presentata con le migliori intenzioni: allargare la platea dei beneficiari esclusi dalle attuali misure di inclusione, combattere la povertà assoluta e, finalmente, far funzionare quelle politiche attive del lavoro rimaste sulla carta nella prima versione. Ma dietro la retorica del welfare, è impossibile non scorgere una precisa e affilata strategia politica. Per Conte, il "Reddito 2.0" è la chiave di volta per riconquistare il consenso perduto, facendo leva sulle fasce sociali economicamente più fragili. Una mossa che rischia di trasformare, ancora una volta, il sostegno economico di Stato in un formidabile ammortizzatore elettorale.
La memoria corre inevitabilmente al 2018 e a quel balcone di Palazzo Chigi da cui Luigi Di Maio annunciò l'abolizione della povertà – una performance da cui oggi lo stesso ex leader si dice pentito. Chissà se la storia, che ama ripetersi in farsa o in fotocopia, non vedrà questa volta il leader del M5S affacciarsi per proclamare il miracolo del "Socialismo 2.0".
I numeri, però, hanno la testa dura e non si cancellano con un cambio di nome.
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