martedì 1 maggio 2018

Festa amara in provincia. La disoccupazione al 50%

Tour nel regno dei disoccupati. Dai marittimi di Torre del Greco agli stagionali della penisola. In mezzo le ombre su Fincantieri e il flop reindustrializzazione 

Fonte: Raffaele Vitiello da Metropolis

Il Quarto Stato non sanno nemmeno cos'è. Figuriamoci se conoscono Giuseppe Pellizza da Volpedo e la pittura sociale. Del resto, se non esiste il lavoro non possiamo pretendere che ne resistano i simboli. La «fiumana» sulla tela oggi ha gli smartphone in pugno, non marcia, se ne sta seduta con gli occhi bassi, disunita, svogliata, spesso disincantata. Gli inizi del Novecento sono lontani, e sono lontani anche i significati della festa dei lavoratori. «Ma cosa festeggiano?», dicono i ragazzi della provincia. «Il nostro è un funerale». Niente lavoro, zero speranze, migliaia di cervelli volati via. Al Nord oppure all'estero. «Qui ci arrangiamo». Benvenuti alle pendici del Vesuvio. Benvenuti nella terra della disoccupazione. Dove la politica ha divorato occasioni di rilancio e le imprese si sono ingozzate di finanziamenti pubblici. Di nuovi posti di lavoro nemmeno l'ombra. Sulla fascia di costa che va da Ercolano a Sorrento è una catastrofe occupazionale. I disoccupati sono aumentati del 4% nell'ultimo anno, in media un ragazzo su tre non ha un lavoro. A Napoli i giovani disoccupati riempirebbero due volte il San Paolo, in provincia è anche peggio. E i redditi calano anno dopo anno. La media è sempre sotto i 20mila euro lordi in quasi tutti i Comuni della provincia. Ma l'aspetto drammatico è che la ricchezza si concentra in una percentuale bassissima della popolazione e di conseguenza le famiglie "senza reddito" sono migliaia. Molte vivono di lavoro nero, di "magie" o di criminalità, spesso delle pensioni dei nonni, delle zie, dei genitori. Vertenze e lavoro negato, eccolo il primo maggio su quella che i turisti definiscono la fascia di costa più bella del mondo. «Abbiamo un tesoro sotto il naso ma siamo costretti a tirare a campare».
 
Quelli dei sindacati sono malvisti, per anni hanno lavorato poco e male, e forse anche per questo la magia del primo maggio non è più la stessa di prima. Cgil, Cisl e Uil lo sanno e nei giorni scorsi hanno giurato che si rimboccheranno le maniche per tornare ad essere un punto di riferimento. Certo, il mercato del lavoro è cambiato, così come sono cambiate le filosofie aziendali e le esigenze, ma resta una certezza nella consapevolezza di cambiare armi e strategie: «Dobbiamo lavorare per far creare lavoro al Sud». E non parliamo dei finti lavori, di quelli che si improvvisano sul web, ma di quelli che creano economia reale. Com'era un tempo. Questo, sperano i sindacati, potrebbe essere il primo maggio della svolta. Dovrebbe servire a mettere sul tavolo le emergenze di una, terra che deve trattenere i giovani e offrire loro un futuro decoroso. Senza populismi, senza demagogia, senza perdersi dietro l'odiosa e clientelare logica dell'assistenzialismo: dai bonus al reddito di cittadinanza. «Servono soluzioni concrete, non palliativi». Così come siamo combinati oggi il primo maggio non è una festa a cui possono partecipare tutti. La Campania è tra le regioni che cresce meno, con un tasso di occupazione tra i più bassi e con diseguaglianze sempre più alte in rapporto all'incremento del Pil. Nei giorni scorsi la Cgil ha tirato fuori dati da brivido proiettati sulla città di Napoli. A Posillipo l'occupazione è al 40%, a Scampia scende al 22%. E Gomorra è purtroppo una realtà perfettamente in linea con la provincia. Dall'emergenza marittimi Torre del Greco, alla reindustrializzazione fantasma di Torre Annunziata, dalle ombre di Fincantieri a Castellammare fino agli stagionali della Penisola Sorrentina. Ovunque l'obiettivo dovrebbe essere la creazione di occupazione stabile. Una speranza che sottolinea anche il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, in un messaggio diffuso ieri. «Nella consapevolezza che uno sviluppo consistente dell'occupazione è, essenzialmente, il prodotto della crescita dell'economia e degli investimenti pubblici e privati, è evidente che, al di là dell'impegno assicurato in questi anni, resta ancora molto da fare per raggiungere questo obiettivo. L'auspicio è che il lavoro sin qui svolto non venga disperso e possa essere, invece, utile per ulteriori e positivi sviluppi», scrive. «Auguro un buon primo maggio a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori», aggiunge. «In questa occasione, dove si riafferma il valore centrale del lavoro come elemento costitutivo dell'identità delle persone e motore di progresso sociale, un pensiero commosso va alle vittime degli incidenti sul lavoro e alle loro famiglie», anche questo, come sottolineano i dati sindacali una ferita che letteralmente sanguina, anche in Campania. «I drammatici episodi che si sono verificati in questi primi mesi dell'anno, hanno purtroppo confermato la necessità di un'attenzione sempre alta sul tema della sicurezza sul lavoro, che le organizzazioni sindacali hanno giustamente deciso di porre al centro della ricorrenza di quest'anno. A questo proposito, voglio ricordare, ancora una volta, che nelle ultime settimane abbiamo avviato un confronto con le parti sociali e con le Regioni per individuare linee di azione condivise che permettano di rafforzare gli strumenti per la prevenzione dei rischi e l'aumento della sicurezza e di migliorare l'efficacia dei controlli per assicurare il rispetto e la concreta applicazione delle normative». Oggi sul palco napoletano di piazza del Gesù i sindacati proveranno a rilanciare le speranze di un popolo ormai disilluso, e lo faranno dopo aver sottolineato anche i propri errori. Come ha ammesso Susanna Camusso in un suo intervento a Napoli. «Bisogna fare fronte comune, perché il Sud è ormai abbandonato dagli imprenditori che spostano i loro business al Nord». Con una visione quasi da macroregione caldoriana, la Camusso ha lanciato un appello accorato: «basta con una lettura vecchia dove ogni Regione presenta il proprio progetto, serve una visione unitaria di sviluppo del Mezzogiorno, perché questa è la risposta per stare al passo coi tempi». E a proposito di aziende, Giovanna Ferrara, presidente di Unimpresa, lancia il suo appello: «Alle imprese italiane servono maggiori sostegni per creare nuova occupazione. Di lavoro qui ce ne sarà sempre meno se le imprese non saranno messe in condizione di investire e crescere. Abbiamo bisogno di interventi strutturali e non di sgravi una tantum. Quello che è successo negli scorsi anni con gli sconti sui contributi previdenziali, del resto, è sotto gli occhi di tutti. C'è stata una corsa ai contratti a tempo determinato drogata dalle agevolazioni, poi le assunzioni stabili sono crollate per lasciare spazio al precariato». Le imprese, dicono, preferirebbero avere rapporti stabili, «perché investire su forza lavoro di qualità è un bene per l'attività imprenditoriale, ma da un lato il costo del lavoro è troppo alto, dall'altro le incertezze sul futuro rendono impossibile stabilizzare l'occupazione e aumentare i posti».

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