mercoledì 4 novembre 2026

Vico Equense. L’identità negata all'ombra del Municipio: la cabina delle fototessera come ultimo rifugio

Vico Equense - C’è un paradosso doloroso che si consuma da qualche notte nel cuore della nostra cittadina. Proprio lì, a pochi passi dal portone del Comune, dove si decidono le sorti della comunità e si amministra la cosa pubblica, una cabina per le fototessera è diventata l'improvvisato rifugio di un essere umano. Non è una scelta, non è una provocazione. È, drammaticamente, l’ultimo barlume di riparazione che la strada offre a chi non ha più un tetto. Le cabine fotografiche sono fatte per catturare i volti. Ci entriamo per pochi minuti, cerchiamo di assumere un’espressione decorosa, aspettiamo lo scatto che servirà a stamparci su una carta d’identità, su un passaporto. Servono a dire al mondo, e allo Stato, "Io sono qui, questo è il mio nome, questo è il mio volto". Vedere quella stessa struttura trasformata in un minuscolo dormitorio d'emergenza significa ribaltare completamente quel significato: lì dentro, oggi, si cerca l'esatto contrario. Ci si nasconde dal freddo, dagli sguardi dei passanti, da una realtà che è diventata troppo dura da sostenere a viso aperto. Ci si fa invisibili nel luogo deputato a registrarsi. E il fatto che questo accada a pochissimi metri dal Municipio aggiunge un carico di complessità che non possiamo ignorare. Non si tratta di puntare il dito o di lanciare accuse affrettate alla macchina amministrativa o ai servizi sociali, le cui dinamiche d’intervento sono spesso complesse, silenziose e vincolate dal consenso di chi riceve l'aiuto. Si tratta, piuttosto, di interrogarsi sul senso profondo di comunità.

 

Spesso pensiamo alla marginalità come a qualcosa di distante, confinato nelle grandi metropoli, nelle periferie industriali o sotto i ponti delle autostrade. Quando la povertà estrema bussa al centro cittadino, e sceglie come casa un perimetro di un metro quadrato illuminato dai neon di una macchinetta automatica, quella distanza si azzera. Diventa uno specchio. Un uomo o una donna che dorme in una cabina sotto il Comune è un promemoria silenzioso per tutti noi che passiamo oltre. Ci ricorda che dietro la burocrazia, i bilanci e le carte, esistono le fragilità umane. Persone che, per i motivi più disparati — economici, psicologici, relazionali — scivolano attraverso le maglie della rete di sicurezza sociale fino a toccare il fondo. Nessuno vuole giudicare, e l'approccio corretto non è quello del voyeurismo o della compassione sterile. La speranza è che quella cabina torni presto a fare solo il suo lavoro: restituire foto stampate a cittadini che guardano al futuro. Nel frattempo, quel rifugio improvvisato sotto le luci del Municipio rimane lì, a ricordarci che una comunità è davvero forte non quando splende nelle sue eccellenze, ma quando riesce a non perdere di vista chi è rimasto indietro, proprio sui suoi gradini più importanti.

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