C’è una battuta che gira in Transatlantico: Berlusconi stamattina ci ha letto in aula un discorso scritto da Veltroni. Relata refero, per carità. Anche se, in effetti, ad un certo punto mi è pure venuto il dubbio di dargli la fiducia: l’attenzione agli ultimi, la lotta alla criminalità organizzata, il riconoscimento che la crescita di un Paese non può misurarsi solo in termini economici… sembravano pezzi del programma del Pd. E poi, tutte quelle belle parole su di noi, il grazie ripetuto più volte a Fassino dopo il suo intervento, la promessa di rimettere in frigo le fette di mortadella sventolate a fine legislatura e di ricominciare con uno spirito diverso. Però qualcosa non mi torna, e non lo dico per partito preso. Non mi torna l’espressione “padroni a casa nostra”, che Berlusconi ha utilizzato parlando dell’immigrazione; non mi torna il suo riferimento al federalismo, che ha imbarazzato perfino Mara Carfagna. Tutti i ministri applaudivano, lei no: ha aspettato la frase successiva, quella sui talenti del Sud. Poco dopo, quando un deputato leghista ha concluso il suo intervento gridando “Viva «Quello di Berlusconi è stato un discorso molto abile e dal suo punto di vista efficace», spiega Nichi Vendola (Prc), «Il presidente del Consiglio disegna un quadro in cui gli interessi dell'azienda e quelli del Paese coincidono perfettamente». «Su questa base offre all´opposizione una sorta di patto con l'obiettivo di varare senza ostacoli drastiche riforme sul piano sia sociale che istituzionale. - aggiunge - Se questa strategia avrà successo c'è il rischio che il governo della destra possa procedere in assenza di qualsiasi opposizione politica. Una situazione che sarebbe estremamente allarmante».
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