Fonte: Andrea Di Martino dirigente nazionale SeL da MetropolisNella provincia a sud di Napoli la partecipazione al voto, per i quattro referendum di domenica e lunedì scorso, è stata ben sopra la media nazionale. Nel capoluogo invece si è fermata sotto la soglia del 50%. Un dato sinceramente nuovo, che capovolge il paradigma di un capoluogo che vota secondo una propensione più politica e la provincia caratterizzata da un sentimento di maggiore disillusione. Così non è stato e il motivo si racchiude tutto nella sostanza di due dei quattro quesiti: l’acqua. Questo voto è stato caratterizzato da una partecipazione moltitudinaria, muovendosi dalla tutela di interessi che attengono alla qualità della vita dei singoli che si sono aggregati in un movimento di cambiamento, espresso con il voto. A Napoli e nella sua provincia i cittadini, pur essendo sensibili al tema del nucleare, si sentono alquanto “tutelati” dalla possibilità di vedere centrali installate vicino casa, per la presenza del Vesuvio e per l’essere il nostro un territorio sismico. Hanno invece provato cosa significa un’acqua privatizzata, a causa dei disastri in materia prodotti dalla Gori spa. La partecipazione al 60% in città come Castellammare, Portici, e alcune zone del nolano è frutto di una mobilitazione spontanea fatta di cittadini, comitati, associazioni che contestano da anni la gestione GORI.
Sono stati proprio questi i soggetti che, più di altri, hanno investito su questo referendum, raccogliendo prima le firme e poi promuovendo con le forme innovative e spontanee la partecipazione al voto. L’indignazione dei singoli si è catalizzata ed è divenuta organizzazione, come ha affermato un esponente dei comitati “sembrava efficace come l’organizzazione di un partito che funziona”, ed ha prodotto un risultato ben sopra la media nazionale, contribuendo al raggiungimento del quorum in provincia ed in Regione. Si, perché senza le piccole e medie città la Campania sarebbe divenuta la maglia nera nel panorama nazionale, per la bassa partecipazione al voto del comune capoluogo. Qui il fenomeno non è solo spiegabile con la stanchezza dei due turni di votazione amministrative già svolti solo 15 giorni fa. A Napoli c’è una tensione collettiva minore sul tema acqua. Perché la privatizzazione nel capoluogo non è mai avvenuta, certo l’ARIN è una spa, ma è interamente pubblica e, sulla base della normativa precedente, questo era l’unico strumento possibile per evitare di dare l’acqua ai privati. Per cui a Napoli pur essendo attivi comitati, associazioni e partiti, dopo il grande movimento del 2004 che bloccò il processo di privatizzazione dell’ATO 2, il tema acqua pubblica si è progressivamente trasformato in un problema un tantino più da elité che non è stato permeante negli strati più popolari della società. Per cui gli appelli al voto del neosindaco De Magistris, sono stati raccolti solo dalla parte più sensibile della città e da quella più schierata con la nuova amministrazione. In provincia invece abbiamo assistito ad un vero e proprio fenomeno di massa, socialmente trasversale e politicamente composito. Il 60% è un dato che deve far riflettere tutti. Soprattutto quei sindaci come Bobbio che a Castellammare hanno teso ad ignorare il referendum, per fedeltà alla filiera Berlusconi, Cosentino, Cesaro che tanti interessi hanno qui in Campania su rifiuti, energia e acqua. Bobbio ha sbagliato ad ignorare il sentimento di avversione che c’è nella nostra città contro l’acqua privata! Quel 60% è un marchio che segna la sua distanza con il popolo stabiese. Ora, dopo i festeggiamenti bisogna rimettersi al lavoro, perché il referendum ci ha dato gli strumenti, ma l’acqua nelle nostre città è ancora in gestione alla Gori. Bisogna immediatamente produrre gli atti amministrativi conseguenti per fare il percorso a ritroso. Non sarà un terreno di facile manovra, tanti sono gli interessi in campo e forti i poteri che li agiscono. Bisognerà con la stessa caparbietà di questi giorni, non smobilitare, tenere alta la tensione, continuare a far vivere i comitati, le associazioni, perché l’acqua torni ad essere pubblica e la politica dimostri di aver compreso il messaggio che le moltitudini hanno inviato con il voto di domenica e lunedì.
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