lunedì 7 luglio 2008

Le responsabilità della Regione nella politica urbanistica

Nella Regione del territorio “maltrattato” e nella quale concessioni edilizie e permessi a costruire sono quasi l’unico strumento di finanziamento per i Comuni, non è più possibile fare piani urbanistici. Un incredibile paradosso che arriva al termine di una lunga teoria di atti amministrativi, leggi, normative, deroghe, bocciature e passi indietro che la Regione Campania, e chi ne gestisce politicamente la materia, ha compiuto scientemente nell’arco di un paio di legislature nel tentativo di accaparrarsi la maggior parte delle competenze e riportarle in un più elastico ambito fatto di varianti urbanistiche, conferenze di servizi e accordi di programma che, lungi dal pianificare un futuro per i territori e le città, sono però insuperabili strumenti di gestione del potere e comodi tavoli attorno ai quali si rafforza il ruolo degli interessi più organizzati e “non-pubblici”. Non è un caso che, a quattro anni dalla nuova Legge Urbanistica Regionale (16/2004), non un solo PUC (Piano Urbanistico Comunale, così è ora chiamato il vecchio Piano Regolatore) sia stato approvato definitivamente e che la maggior parte dei comuni campani si ritrova con piani vecchi, nei quali, superati i cinque anni dall’approvazione, sono decaduti i vincoli preordinati all’esproprio. Invece di semplificare, cioè, la Regione Campania complica ingiustificatamente le procedure con inutili arzigogoli tecnico-burocratici e farraginosi elenchi prestazionali che non servono a niente se non a scoraggiare i Comuni, soprattutto quelli più piccoli, dall’intraprendere il già difficoltoso ed oneroso cammino che porta ad un nuovo piano. Ad esempio, nel definire le norme tecniche e le direttive riguardanti gli elaborati da allegare ad un piano comunale, qualcuno alla Regione Campania ha pensato bene di prevedere ben 55 “indicatori di efficacia” ognuno dei quali, attraverso complicate analisi, statistiche, proiezioni e previsioni sul futuro, dovrebbe descrivere e quantificare le condizioni iniziali del territorio, il “valore” delle azioni di pianificazione ed i risultati attesi in tempi prefissati. Alcuni di questi indicatori di analisi e valutazione, che sono obbligatori anche per i piccoli Comuni, sono stati soltanto un passatempo per chi li ha pensati: si va dall’analisi delle condizioni relative alla “Estrazione di idrocarburi”, alla quantificazione del “Livello di riconoscimento dell’identità locale”, dalla “Qualità delle acque sotterranee” alla “Qualità dell’aria”, fino all’aleatorio calcolo del “Livello di criminalità (micro – macro – devianza giovanile)”. Indicatori che non fanno altro che sovraccaricare il piano comunale, trasformandolo in un grande e poco utile trattato tecnico-sociologico sul territorio, che richiederebbe il ricorso a decine di consulenti, con oneri insostenibili e tempi di redazione indefiniti. In materia di paesaggio, quella dove più si addensano pressioni e istanze di investitori interessati a fare cassa in poco tempo a spese del territorio, è in corso un tira e molla tra province e la Regione che lascia poche speranza per la definizione di un quadro pianificatorio coerente ed efficace. Il nodo, in questo caso, è la valenza paesaggistica dei Piani Territoriali Provinciali, su cui la Regione ha prima espresso parere favorevole per poi recentemente fare marcia indietro e riportare tutta la materia all’interno del Piano Territoriale Regionale che andrà in Consiglio Regionale in questi giorni per l’approvazione e che dovrebbe trasformarsi in uno smisurato e improbabile piano paesistico su scala regionale che nessuna Regione si è mai presa la briga finora di pensare. In questo modo, non solo la difesa organica del paesaggio sarebbe rimandata di qualche lustro, ma diventerebbero inservibili i Piani Territoriali Provinciali, alcuni dei quali, come quello della Provincia di Napoli, già fatti, adottati e pronti per essere operativi anche in materia di paesaggio. Ma alla Regione questo non interessa, e invece di rafforzare il carattere di indirizzo del PTR e valorizzare la carta dei paesaggi e dello statuto del territorio in esso contenuto, ha già pronti gli emendamenti preparati dalla IV Commissione Consiliare che riporteranno tutta la materia paesaggistica in capo al già fiacco Assessorato all’Urbanistica. Che dire. La sensazione è che la Regione in materia urbanistica e di paesaggio costruisca con una mano e demolisca con l’altra e che gli unici a trarre vantaggio da questi comportamenti contraddittori saranno speculatori e abusivisti di diverso conio. Di questo atteggiamento, apparentemente, non si avverte né la logica né la contingenza, ma si sa, da queste parti chi fraveca e sfraveca non perde mai tempo. (Giuseppe Guida la Repubblica Napoli)

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