giovedì 6 agosto 2026

Chi ha bisogno deve cavarsela da solo: se il welfare lo fa la pizza

Vico Equense - Nelle strade di questa città, la disperazione non ha un numero di telefono da chiamare né uno sportello a cui bussare. Se perdi il lavoro, se la salute crolla, se la solitudine diventa un muro, la risposta delle istituzioni è il nulla assoluto. Manca un assessorato capace di ascoltare, mancano i servizi minimi di assistenza domiciliare per gli anziani e non esiste alcuna rete di protezione per le nuove povertà. Questo deserto istituzionale obbliga chi cade a rialzarsi senza paracadute, lasciando che l'intera comunità galleggi nel limbo dell’invisibilità. In questa totale assenza di interventi pubblici, il miracolo e la condanna di un territorio abbandonato a se stesso si consumano davanti a un forno a legna. Eppure, quando la disperazione morde, la fame non aspetta i tempi della burocrazia e le famiglie non possono nutrirsi di promesse. In un simile scenario, ben venga l'aiuto da qualunque parte provenga: ogni mano tesa è un argine contro il baratro. Laddove lo Stato ha abdicato alle proprie funzioni, costringendo i cittadini a inventarsi la sopravvivenza giorno per giorno, i progetti di rilevanza sociale nascono tra la farina e il pomodoro. La loro massima espressione è l'iniziativa "Pizza a Vico". Questa manifestazione ha smesso di essere un semplice evento gastronomico o una vetrina per i maestri fornai, trasformandosi nell'unico vero ammortizzatore sociale d'emergenza per il territorio. Quest'anno l'iniziativa fa un passo ulteriore e lancia una chiamata pubblica, chiedendo direttamente a cittadini e associazioni di presentare quei progetti sociali concreti che il Comune non programma e non finanzia.

 

Attraverso questo bilancio partecipativo dal basso, la kermesse si sostituisce a un'amministrazione assente, offrendo risorse private per colmare con il cuore e l'impresa il vuoto pneumatico della politica. Si tratta di un'ancora di salvataggio provvidenziale: di fronte al bisogno assoluto non si può fare filosofia sulla provenienza dei fondi. Questo slancio vitale, per quanto straordinario e benedetto da chi ne beneficia, nasconde però la verità più inquietante: la beneficenza non è un diritto e non può sostituire lo Stato. Se da un lato è sacrosanto accogliere con gratitudine ogni aiuto privato per dare risposte immediate a chi soffre, dall'altro non si può ignorare che il patto sociale è ufficialmente rotto. La sopravvivenza degli ultimi, l'assistenza ai disabili o la nascita di un servizio essenziale non possono dipendere esclusivamente dai fondi raccolti da una kermesse solidale. Il modello basato sulla generosità della ristorazione funziona perché il cuore della gente è grande, ma l'altruismo dei privati non deve diventare l'alibi comodo per giustificare l'azzeramento delle politiche pubbliche. Una città non può appaltare strutturalmente il proprio welfare ai ristoratori. In un contesto in cui chi ha un problema deve cavarsela da solo, le idee dei cittadini finanziate da "Pizza a Vico" restano un'oasi straordinaria e indispensabile nel deserto. Ma le oasi servono solo a non morire di sete mentre si cerca la strada di casa. E quella strada deve essere tracciata da politiche pubbliche che oggi, semplicemente, non esistono. 

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