Siamo garantisti da quando l’aggettivo non mostrava venature ironiche. Perciò attendiamo che si depositino le polveri dell’inchiesta ribattezzata «eolico o nuova P3» prima di emettere verdetti di colpevolezza o peggio ancora sentenze di condanna politica. Però insistiamo su un problema di opportunità nell’intricato caso Cosentino. Con gesto apprezzabile, il sottosegretario campano all’Economia si è dimesso dall’incarico, come ha spiegato egli stesso, «per tutelare il governo» reduce dai casi Scajola e Brancher. Ma ha annunciato che manterrà la sua carica di coordinatore regionale del Pdl, tuffandosi anzi nella vorticosa vita di partito e polemizzando duramente con il presidente della Camera, Fini. È un suo diritto, come del resto è un problema del presidente del Consiglio stabilire se Cosentino debba o meno restare al suo posto come leader del Pdl campano. Ma come non notare che Cosentino compare nell’inchiesta P3-eolico soprattutto nelle vesti di coordinatore e che proprio la battaglia nel partito attorno all’allora candidato governatore Caldoro è il cuore delle accuse che gli vengono rivolte? In estrema sintesi: la decantazione e la sospensione del giudizio - in attesa che la giustizia faccia il suo purtroppo lento corso - come possono giovarsi di un coordinatore che resta al suo posto, nonostante i rapporti con il governatore oggetto del complotto non possano più essere all’insegna della trasparenza ma avvelenati inevitabilmente dai sospetti generati dai dossier? Ieri abbiamo assistito ad un gesto a metà. Non uno, ma solo due passi indietro da parte di Cosentino avrebbero aperto una stagione più serena per la Campania, e per chi la deve governare, in un momento delicatissimo all’insegna dei sacrifici. È l’ennesima occasione mancata. (v. cus Il Mattino)
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