giovedì 5 novembre 2026

L’oro nero dei Monti Lattari: se il tartufo “Uncinatum” del Faito non teme il confronto con Norcia

Vico Equense - Nero di Norcia? No, grazie. Meglio l’uncinatum del Faito. Nei boschi della montagna che domina la penisola sorrentina, infatti, la natura nasconde un tesoro sotterraneo che nulla ha da invidiare ai tuberi delle aree tradizionalmente più celebri d'Italia. Sul "gigante verde" campano, una varietà d'eccellenza ha trovato il suo habitat perfetto: il tartufo nero uncinato (Tuber uncinatum), un prodotto di nicchia che nel tempo ha conquistato il palato degli estimatori, ridefinendo la mappa della gastronomia locale. Se nell'immaginario collettivo il Monte Faito è la meta ideale per una fuga estiva o per ammirare i panorami mozzafiato sul Golfo di Napoli, per i cercatori più esperti rappresenta una vera e propria miniera d'oro. Questa varietà di tartufo nero beneficia del microclima unico dei Monti Lattari, sviluppandosi dall'inizio dell'autunno fino all'inverno inoltrato. A differenza di quanto si possa pensare, non si tratta di una novità assoluta: il tartufo è da sempre presente sul Faito, protetto dal silenzio dei boschi e cercato da una ristretta cerchia di appassionati che ne custodiscono gelosamente i segreti. Le caratteristiche morfologiche e organolettiche del tubero raccolto alle pendici del Faito ne testimoniano l'assoluto pregio. All'esterno si presenta con una corteccia, detta peridio, tipicamente ruvida e verrucosa, da cui deriva proprio il nome "uncinato". Tagliandolo, si scopre un cuore di polpa color nocciola, solcato da sottili venature chiare e ramificate. Anche le dimensioni sanno stupire gli esperti, regalando non di rado pezzi di tutto rispetto, con singoli esemplari che superano agevolmente i cento grammi di peso.

 

Oltre al suo indiscutibile valore culinario, il tartufo del Faito porta con sé un importantissimo messaggio biologico. Questo fungo ipogeo è infatti una straordinaria e sensibilissima sentinella dell'ambiente: la sua stessa presenza certifica la purezza profonda del territorio, poiché l'uncinatum rifiuta categoricamente di svilupparsi in terreni che presentino anche la minima traccia di inquinamento. Portarlo in tavola significa, prima di tutto, celebrare un ecosistema ancora incontaminato che merita di essere protetto e valorizzato.

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