lunedì 6 aprile 2026

Quando lo Stato abdica: il deserto della sanità tra "scaricabarile" e solitudine

di Giuseppe d'Esposito

Vico Equense - Esiste un momento preciso in cui il patto tra cittadino e Stato si rompe: è il momento in cui la fragilità di un malato incontra il muro di gomma della burocrazia sanitaria. Non succede nei grandi convegni sulla medicina del futuro, ma nelle case dei cittadini, di notte o nei giorni festivi, quando la malattia — che non conosce calendario — decide di bussare alla porta. L’esperienza della "Continuità Assistenziale", quella che un tempo chiamavamo con fiducia Guardia Medica, si sta trasformando troppo spesso in un esercizio di retorica sbrigativa. Un invito telefonico a comporre il 118 che sa di resa, uno scaricabarile della responsabilità che trasforma una necessaria visita domiciliare in un miraggio lontano. È il rimpallo delle competenze che lascia il malato e i suoi familiari in un limbo di incertezza. Ma il paradosso raggiunge il suo apice quando, alla chiamata d'emergenza, risponde un’ambulanza "demedicalizzata". A bordo troviamo soccorritori encomiabili, professionisti della dedizione, che si scontrano però con un limite legislativo invalicabile: non possono prescrivere farmaci, non possono formulare diagnosi complesse, non possono somministrare terapie. Sono braccia coraggiose a cui è stata sottratta la "mente clinica" necessaria nel momento del bisogno. Il passaggio più lacerante, tuttavia, non è tecnico, ma etico. Quando un soccorritore, stretto tra le carenze del sistema e l'urgenza del momento, chiede al familiare: "Che facciamo? La portiamo in ospedale o la tiene qui?", sta compiendo un atto di violenza involontaria. Sta delegando a un figlio, a un marito, a una moglie, una scelta che non spetta a loro.

 

È la scelta tra due mali: l’abbandono in un corridoio d'ospedale, dove il proprio caro rischia di diventare un numero tra le barelle di un pronto soccorso al collasso, o il rischio di vederlo spegnersi nel proprio letto senza il supporto medico adeguato. Un figlio non dovrebbe mai essere costretto a fare il medico di se stesso o dei propri cari. La decisione su cosa sia meglio per un malato fragile deve spettare alla scienza, a chi ha studiato per curare, non a chi sta già lottando con il dolore della sofferenza. In quel bivio atroce, lo Stato non sta aiutando: sta lasciando l’individuo solo con un peso che nessuno dovrebbe portare. Il diritto alla salute non può essere una questione di "fortuna" legata a un martedì lavorativo. Se la "Continuità" resta solo un nome su una carta e il 118 si riduce a un taxi verso il collasso del sistema ospedaliero, restiamo tutti ostaggi di una burocrazia progettata più per dissuadere che per curare. È tempo di ricordare che la medicina, prima ancora che nei protocolli, risiede nell'umanità. E quando il sistema smette di essere umano, smette semplicemente di essere medicina.

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