Vico Equense - C’è una macabra puntualità nel rito che accompagna l’abbattimento di un albero a Vico Equense. Il copione è sempre lo stesso: prima il silenzio burocratico, poi il rumore sordo della motosega e, solo alla fine, l’esplosione fragorosa del cordoglio social, tanto fragoroso quanto inutile. Foto d'epoca e cuoricini spezzati invadono le bacheche, ma la verità è brutale: questo sdegno "a cose fatte" è un esercizio di ipocrisia che non salva una singola foglia. La storia recente ci ha impartito una lezione che continuiamo a ignorare: un pino di settant'anni, una volta ridotto in segatura, non rinasce grazie a un "mi piace". La tutela del territorio non si fa davanti a un ceppo reciso, ma prevenendo l'irreparabile tra le carte degli uffici tecnici e nei monitoraggi scientifici. Oggi il simbolo di questa resistenza è il Pino della Marina del Pezzolo. Sappiamo che è già sulla lista dei "condannati", eppure vederlo svettare ancora oggi non sembra bastare a scuotere le coscienze dal torpore. Vogliamo davvero attendere che diventi l’ennesimo ricordo nostalgico in bianco e nero, l’ennesima vittima di una perizia? Il tempo delle lacrime postume è scaduto. La domanda per la comunità e per le istituzioni di Vico Equense è semplice: vogliamo difendere il Pino del Pezzolo adesso, con i fatti e con il coraggio dell'impegno civile, o stiamo solo prendendo la mira per l'ultimo post di addio?

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