Vico Equense - C’è un rituale che, puntuale come il caffè del mattino, invade le bacheche Facebook all'indomani di ogni evento pubblico: è la "Sindrome del Ringraziamento Incrociato". Funziona così: finisce un evento e, prima ancora che gli operai abbiano smontato il palco, scatta il rito collettivo del post social. Il formato è standard, quasi liturgico. Una foto di gruppo in cui tutti sorridono con la postura di chi ha appena salvato il pianeta, accompagnata da una lista della spesa che farebbe impallidire un elenco telefonico. “Un ringraziamento di cuore al Sindaco per la visione, all’Assessore X per la dedizione, al Consigliere Y per il supporto costante, alla ditta Z per la professionalità…”. Siamo di fronte a un vero e proprio ecosistema dell'incenso. Una bolla in cui la politica locale smette di parlare ai cittadini e inizia a parlare a se stessa. È il trionfo dell’autoreferenzialità: ci si scambia pacche sulle spalle virtuali, si collezionano "like" dai rispettivi staff e ci si convince che il mondo stia applaudendo. Ma fuori da quella bolla, il cittadino medio che guarda il post prova un misto di noia e irritazione. Perché questi post sono così onnipresenti? La risposta è semplice: paura dell'invisibilità. In un'epoca in cui se non lo pubblichi non esiste, il ringraziamento pubblico non è un atto di cortesia, è una marcatura del territorio. Dimenticare un collega in un tag è un atto di guerra diplomatica, un affronto che può gelare i rapporti in giunta per settimane. Il post diventa quindi un’assicurazione sulla vita politica: “Ti taggo così tutti sanno che facevo parte della squadra (anche se ho solo tagliato il nastro)”. La sostanza dell’evento passa in secondo piano. Non importa se la piazza era vuota, se il traffico è impazzito o se i costi sono stati esorbitanti: l’importante è che la foto di gruppo sia venuta bene e che i tag siano corretti.
domenica 5 aprile 2026
Il "Galateo del Tag": tra gratitudine istituzionale e autocelebrazione social
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