sabato 4 aprile 2026

Tragedia del Faito: l’inchiesta a un bivio. Tra perizie tecniche e attesa di verità

A quasi un anno dal drammatico 17 aprile, l’incidente probatorio entra nel vivo. Analisi su freni e "teste fuse" per cristallizzare le prove prima dell’udienza del 7 maggio

Vico Equense - Era un Giovedì Santo. Una giornata che doveva profumare di Pasqua e che invece, in un istante, si è trasformata in un incubo collettivo. A quasi dodici mesi dalla caduta della cabina della funivia del Monte Faito, costata la vita a quattro persone, l’inchiesta giudiziaria affronta le sue settimane più delicate e decisive. L’attenzione degli inquirenti è ora tutta concentrata sull’incidente probatorio, lo strumento giuridico necessario per "cristallizzare" le prove tecniche prima del processo. Sotto la lente dei consulenti di parte e dei periti nominati dalla Procura di Torre Annunziata, guidata da Nunzio Fragliasso, c’è ogni singolo bullone, cavo e frammento della cabina precipitata. Il lavoro è metodico: i pezzi sono stati catalogati e analizzati uno ad uno. Il "cuore" dell’indagine batte intorno a due elementi critici. Le teste fuse: il delicato sistema di ancoraggio che lega la fune al carrello tramite piombo fuso. Un difetto di fusione o una manutenzione carente potrebbero essere stati il punto di rottura fatale. I sistemi frenanti e i cavi: si cerca di capire perché i freni di emergenza non abbiano bloccato la corsa verso l'abisso e se i cavi tranciati presentassero segni di usura pregressa, invisibili o ignorati durante i controlli ordinari. Se la tecnica spiega come è successo, l’inchiesta giudiziaria deve dire perché. Sono 25 gli indagati, tra vertici aziendali dell'EAV e tecnici responsabili.

 

Al vaglio non c’è solo la resistenza dei materiali, ma l'intera filiera della manutenzione e della prevenzione. L’obiettivo è verificare se quella tragedia fosse evitabile e se la catena dei controlli abbia presentato falle sistemiche. Mentre i periti lavorano nei laboratori, il territorio non dimentica. Le vittime di quel tragico aprile – il macchinista Carmine Parlato (59 anni), i coniugi inglesi Graeme Derek Winn (65) e Margaret Elaine (58), e la giovane israeliana Janan Suliman (26) – sono diventate il simbolo di una ferita che non accenna a rimarginarsi. Unico sopravvissuto, quasi per miracolo, Taheb Suliman, fratello di Janan, la cui testimonianza resta uno dei pilastri umani della vicenda. Il prossimo appuntamento chiave è fissato sul calendario per il 7 maggio, data della prossima udienza davanti al GIP Luisa Crasta. In quella sede verranno delineati i primi esiti ufficiali degli esami tecnici. Per le famiglie delle vittime e per le comunità di Vico Equense e Castellammare di Stabia, non si tratta solo di una scadenza giudiziaria, ma della speranza di ottenere, finalmente, una parola definitiva. Una verità scientifica e umana che restituisca dignità a chi, su quel monte, cercava solo un momento di pace.

Nessun commento: