Non è solo una tradizione, ma il respiro profondo di una comunità. Quando le luci si spengono e il borgo si consegna all'oscurità, Vico riscopre se stessa nel passo degli incappucciati e nell'eco del Miserere
Vico Equense - Ieri sera Vico Equense si è fermata. Ma non è stato un silenzio di assenza, bensì di attesa e di appartenenza. Le strade, solitamente crocevia di turisti e quotidiano frenetico, sono tornate a essere il palcoscenico di un rito che attraversa i secoli, ricordandoci chi siamo e da dove veniamo. La Processione del Cristo Morto non è uno spettacolo per lo sguardo, è un battito che parte dal petto di ogni vicano. Vedere le strade riempirsi del passo cadenzato degli incappucciati significa vedere la storia che cammina. Sotto quei cappucci non ci sono solo penitenti, ma l’anima di una città che si stringe attorno al dolore della Vergine e al sacrificio di Gesù. È il momento in cui i vecchi insegnano ai giovani il valore del silenzio e i figli imparano dai padri la gravità di un canto che scuote le pietre: il Miserere. Tra il profumo dell'incenso che impregna l'aria e il bagliore tremante delle fiaccole, Vico Equense ritrova le sue radici più autentiche. In questa oscurità voluta, ogni cittadino riscopre il senso di essere parte di un unico corpo, di una comunità che sa ancora fermarsi per riflettere sul mistero della sofferenza e della speranza. Il cammino di penitenza che ha attraversato il cuore della nostra città ieri sera è l'immagine stessa della nostra identità: un popolo fiero delle proprie tradizioni, capace di raccogliersi nel silenzio del Venerdì Santo per prepararsi, insieme, all'attesa della Luce. Perché a Vico, la Pasqua non è solo una festa, ma la conferma di un legame indissolubile che ci unisce l'un l'altro, oggi come secoli fa.
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