Vico Equesne - Mentre le piazze d'Italia si riempiono per il tradizionale Concertone e si levano alti i cori e le riflessioni sul tema del "lavoro dignitoso", c'è un'enorme fetta di popolazione per cui oggi non è affatto un giorno di festa. Sono circa un milione i caregiver familiari italiani — per il 90% donne — che anche oggi, come ogni singolo giorno dell'anno, lavoreranno senza sosta. Ventiquattro ore su ventiquattro. Senza salario. Senza ferie. Senza malattia. Senza contributi previdenziali. Parlare di dignità del lavoro significa guardare in faccia questa realtà. Il caregiver familiare non è un semplice volontario mosso da affetto; è una figura che sostituisce gratis servizi sociali e sanitari inesistenti e operatori mai assegnati, permettendo allo Stato di risparmiare miliardi di euro ogni anno. Il vero scandalo, tuttavia, non risiede soltanto nel silenzio della retorica sindacale e politica di questa giornata. Risiede in quello che è accaduto recentemente dentro le aule del Parlamento. Erano state presentate proposte di legge serie, costruite a stretto contatto con le associazioni di categoria e con chi questa realtà la vive sulla propria pelle. Proposte che miravano a dare tutele reali, diritti e riconoscimento giuridico. Ma la risposta delle istituzioni è stata una doccia fredda: una riscrittura guidata da criteri rigidi e orari fissi, partoriti a tavolino da chi ignora la quotidianità dell'assistenza continuativa.
Il risultato di questa visione burocratica è drammatico. Secondo le stime, solo l'1% della platea totale riuscirà a rientrare nei nuovi parametri ministeriali. Gli altri 990.000 caregiver familiari vengono, di fatto, cancellati per decreto. La "vetrina" istituzionale promette ora una piattaforma INPS a partire da settembre 2026 e i primi contributi previdenziali per l'estate del 2027, con l'obiettivo di raggiungere appena 50.000 beneficiari nell'arco di tre anni. Numeri irrisori di fronte a un milione di persone. Viene da chiedersi se tutti gli altri non abbiano un affitto o un mutuo da pagare, se abbiano il diritto di ammalarsi o se si pretenda che continuino a vivere d'aria. Questi lavoratori e lavoratrici vivono in una condizione paragonabile agli arresti domiciliari: bloccati tra le mura di casa, operativi H24, impossibilitati a fermarsi e, quindi, impossibilitati a festeggiare. L'Articolo 36 della nostra Costituzione garantisce a ogni lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. Alle centinaia di migliaia di persone che sacrificano la propria vita professionale e personale per accudire un familiare con disabilità grave o non autosufficiente, le ultime risposte normative sembrano invece ribadire un amaro concetto: per lo Stato, voi non esistete. Buon Primo Maggio a chi può festeggiare. E a chi non può, l'augurio che la consapevolezza collettiva si trasformi presto in una reale e doverosa giustizia sociale.

Nessun commento:
Posta un commento