di Giuseppe Guida - La Repubblica Napoli
Giuseppe Guida
Le spiagge in Italia, e in Campania in particolare, hanno subito una sorta di processo di gentrificazione, che da spazio fondamentale che lo Stato riserva per sé e per l'ordinaria fruizione dei propri cittadini, si è trasformato nel luogo dei recinti, dei divieti e della selezione sociale non in base a leggi dello Stato (che continuano da sempre a stabilirne l'identità pubblica e di infrastruttura civica aperta alla collettività), ma attraverso artifici amministrativi, carenza di controlli, distinguo oziosi dei concessionari che il tempo ha mutato in proprietari, amministrazioni locali inadempienti. Come tutti i fenomeni che superano il limite, da qualche tempo è in corso una revanche civica che non tollera più questo stato di cose paradossale, e in tanti casi comico, come le "disposizioni" a non poter mangiare, l'impedimento negli accessi, le linee di battigia, dove le garanzie dovrebbero essere ancora più garantite, che diventano mobili, alterate, inventate per far apparire i cittadini che l'attraversano come una sorta di invasori del "bagnasciuga", per citare personaggi ancora peggiori. La faccenda aveva raggiunto il suo parossismo più ridicolo nella città capoluogo, Napoli. Fino a pochi anni fa era opinione diffusa e consolidata dell'assenza in città di un topos da definire "spiaggia", l'impossibilità di fare un bagno nelle acque cittadine, escludendo alcuni lidi a pagamento, e in molti casi persino di vederlo il mare. Oggi le cose sono in modificazione, ma i 900 mila abitanti circa della città sono costretti a dividersi brandelli di arenile, di difficile accesso nella maggior parte dei casi e ancora poco attrezzati nonostante gli sforzi dell'amministrazione Manfredi.
Alcune esperienze nell'area metropolitana di Napoli dimostrano che la questione non si appiana invocando le norme, le leggi, le continue interpretazioni e i continui distinguo sulla loro interpretazione, o strizzando l'occhio ai privati, oppure con i ricorsi o i controlli una tantum. La soluzione sta nel richiamare la politica e i politici al proprio ruolo, che è quello della difesa dell'interesse collettivo, che non vuol dire contrasto o non sostegno all'iniziativa privata, ma significa fare scelte chiare, investire inevitabilmente risorse pubbliche e attivare politiche che consentano ai privati di operare nella più ampia e prevalente cornice del prioritario interesse pubblico, nel caso specifico: dello spazio pubblico. In ambito metropolitano (la dimensione giusta per captare il problema) si possono citare due esperienze utili a definire un possibile approccio alla questione arenili: Bacoli e Castellammare di Stabia. Nel primo caso la riconquista di alcuni tratti di arenili, da destinare ad uso pubblico, è avvenuta con gli indirizzi chiari forniti dal sindaco Josi Della Ragione, senza compromessi con chi i compromessi li usa come un grimaldello. A Castellammare di Stabia la mutazione è stata ancora più strutturale: nel 2024 viene certificato il ritorno alla balneabilità dopo circa 50 anni dei quasi 3 km di arenile urbano. L'ipotesi di farne uno spezzatino da dare in gestione, con il solito belletto dei tratti pubblici del 30%, si fa subito avanti e ampi campi della politica locali si fanno promotori di questa visione. Uno scenario che ha posto l'amministrazione del sindaco Luigi Vicinanza (nella quale, per chiarezza, chi scrive è assessore all'Urbanistica e alle Spiagge) di fronte ad un bivio, ma a prevalere, senza dubbi, è l'ipotesi più difficile: garantire l'utilizzo libero dell'arenile, senza compromessi, traccheggiamenti, incertezze e stabilirne le regole e le prospettive di futuro con l'approvazione del Piano di utilizzo degli arenili, primo comune metropolitano a farlo. La resistenza di questa posizione, molto popolare tra i cittadini, meno tra i portatori di interessi, sta generando una mutazione fondamentale: trasformare l'arenile libero in un fattore identitario, insostituibile, non negoziabile e non vendibile cedendo alle sirene della gestione privata, spesso ipotizzata più virtuosa e conveniente dell'azione pubblica. Un equilibrio e un risultato comunque fragili, dietro ai quali cova l'instancabile e il sempre energico grumo di interessi che da sempre osserva le coste con approccio predatorio appena la visione politica si fa più incerta e debole. Tutto ciò in attesa dell'applicazione rigorosa della Direttiva Bolkestein dopo vent'anni dalla sua emanazione, a conferma delle inerzie, delle paludi e delle inoperosità delle macchine pubbliche quando manca la chiarezza e ci si abitua al compromesso al ribasso a spese del pubblico. C'è ancora molto da fare, nonostante l'impegno dei comitati, il riformismo di una parte minoritaria della politica, pochi imprenditori illuminati e singoli cittadini non disposti a cedere, ma cambiare il paradigma sulle spiagge, inedito diritto sociale in un mondo in transizione, è possibile e necessario
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