Vico Equense - Nel dibattito politico che sta interessando Vico Equense, la questione della gestione della Marina d’Aequa non rappresenta soltanto un nodo amministrativo, ma si configura come il terreno di scontro tra due filosofie di governo diametralmente opposte. L’intervento della neo consigliera del Partito Democratico, Francesca Esposito (foto), ha riportato al centro della discussione politica un tema che trascende la singola opera tecnica: il ruolo e la funzione della "cosa pubblica". L’affondo della rappresentante dem muove da una premessa di ordine etico prima ancora che politico. La tesi sostenuta è che l’attuale amministrazione tenda a interpretare il patrimonio collettivo come un onere, una complessità gestionale da delegare a terzi per sollecitare efficienza e profitto. È la logica del project financing come panacea, un modello che — secondo Esposito — nasconde il rischio di una progressiva abdicazione del Comune alle proprie funzioni essenziali. La "visione diversa" rivendicata dalla consigliera si fonda invece su un principio di matrice costituzionale: la proprietà pubblica come diritto inalienabile e strumento di coesione sociale. In questa prospettiva, la gestione con risorse pubbliche non è un "impiccio" burocratico, bensì una garanzia di tutela per le fasce più vulnerabili della cittadinanza. Se il privato è per sua natura orientato all'interesse particolare, è l’istituzione a dover garantire che il bene comune resti accessibile a tutti, preservandone l’integrità per le generazioni future. Esposito lancia un monito sulla fragilità di un territorio che, sotto la spinta di interventi invasivi e logiche di privatizzazione, rischia di smarrire la propria identità.
Quello che viene definito uno "sventramento" del paesaggio non è solo un danno estetico, ma un debito che la città contrarrà con il proprio domani. L'intervento si chiude con una dichiarazione di alterità che segna un confine netto tra maggioranza e opposizione: una distanza che non riguarda solo i numeri in aula, ma l'idea stessa di città che si intende lasciare in eredità. Resta ora da capire se questa "visione diversa" saprà farsi sintesi di un malessere diffuso o se rimarrà una voce isolata in difesa di una gestione pubblica che fatica a trovare spazio nelle moderne agende amministrative.

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