Vico Equense - C’è una parola che, negli ultimi anni, è diventata il mantra delle amministrazioni comunali: branding. A Vico Equense, questo termine ha assunto i contorni di una missione quasi messianica. L’idea di fondo, sulla carta, è nobile: affrancare la nostra città dall’etichetta di semplice "porta della Costiera" per trasformarla in una destinazione autonoma, capace di brillare di luce propria e non solo come riflesso delle più blasonate Sorrento o Positano. Tuttavia, dietro i loghi accattivanti, i video emozionali e le immancabili consulenze esterne, si nasconde un interrogativo che tormenta molti cittadini: a che prezzo? Negli ultimi tempi, parlare di "soldi buttati dalla finestra" non è più solo uno sfogo da bar, ma una preoccupazione supportata dalla realtà dei fatti. Il rischio concreto che stiamo correndo è quello di investire cifre iperboliche in campagne pubblicitarie effimere e "brand identity" astratte, mentre i problemi strutturali restano tragicamente al palo. Un brand turistico, infatti, non si costruisce con un bel font o un ufficio stampa prestigioso, ma con i servizi. Se il turista viene attratto da un post patinato su Instagram, ma poi si scontra con il traffico paralizzato della Statale 145, con una gestione dei rifiuti claudicante nelle frazioni o con le strade dissestate, l’operazione si trasforma in un boomerang. In quel caso, il denaro pubblico non è stato investito, ma sprecato per vendere una confezione di lusso a un prodotto ancora incompleto. La sensazione diffusa è che, a breve, altri 40mila euro prenderanno il volo per il "posizionamento del brand". Il timore è che si scelga ancora una volta la strada più facile: quella della promozione puramente estetica.
Non tutto il marketing è male, sia chiaro; coordinare l’immagine della città è necessario per competere nel mercato globale. Ma, visti i risultati, prima di cercare l'ennesimo esperto, sarebbe opportuno curare l'anima di Vico. Perché la migliore pubblicità resta, e resterà sempre, una città che funziona. Ma il fallimento più grave di questa gestione politica non è solo economico, è umano e relazionale. Assistiamo a una chiusura sorda verso chiunque provi a offrire un consiglio o una visione alternativa. Chi decide sembra essersi arroccato in una torre d'avorio dove il confronto è visto come un disturbo e il suggerimento come un'offesa. Ancora peggio, assistiamo a un metodo di valutazione delle persone basato esclusivamente sul pregiudizio: se la critica non viene dal "giusto" schieramento, viene ignorata a prescindere dal suo valore di merito. Una politica che smette di ascoltare i propri cittadini e che cataloga le competenze in base alla simpatia o all'appartenenza ha già perso la sua sfida più importante. Prima di vendere Vico Equense al mondo, l'amministrazione dovrebbe imparare a parlare con Vico Equense. Altrimenti, resterà solo un logo colorato su una città che, dietro la vetrina, continua a soffrire le solite, vecchie inefficienze.

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