di Filomena Baratto
Čechov affermava che, se inserisci nel romanzo una pistola, poi la devi usare: altrimenti è un elemento inutile, e anche nella scrittura vale il principio dell’economia. Quella pistola, prima o poi, servirà. Questa premessa si ricollega a ciò che accade oggi ai ragazzi, agli adolescenti, ai giovani, e talvolta anche a chi giovane non lo è più, che portano in tasca un coltello. Il famoso temperino che un tempo i nonni regalavano ai nipoti come segno di passaggio all’età adulta, attribuendo al coltello un valore simbolico di forza e maturità. Oggi quel passaggio non esiste più: il coltello lo si procura senza chiedere. A che cosa serve? Un coltello serve sempre: per affilare un ramoscello, aprire qualcosa, spuntare, giocarci. Ma serve anche per ferire. È un simbolo di forza. Nessuno presta loro attenzione, soprattutto se il ragazzo è tranquillo, “buono”, studia. Ma questi parametri non giustificano un uso distorto del coltello. D’altra parte lo metti nello zaino, nel taschino, nei calzini, e forse te ne ricordi solo la sera, quando ti spogli. Le motivazioni non hanno una causa unica, ma sono il risultato di una concatenazione di fattori. Non esistono discriminazioni sociali: lo portano ragazzi benestanti e ragazzi più deprivati. L’attenzione dei genitori, talvolta, è blanda, quando non manca del tutto. A scuola dimentichiamo che si va per apprendere, e non può essere compito degli insegnanti fare i detective. E qualora accadesse, c’è sempre il genitore che attacca il docente accusandolo di aver violato la privacy del figlio, come se la detenzione di un’arma non fosse di per sé un fatto grave e reprensibile, da non poter essere nascosto sotto la coperta della privacy. Ma genitori e scuola non sono i soli a mancare.
Ci sono anche gli esempi che arrivano dal cinema e dalla televisione, ormai privi di filtri. Se pubblichi una foto con un bambino vieni subito accusato di sfruttamento dei minori; se invece in un film mostri armi usate ripetutamente, il messaggio passa senza problemi: l’arma dà potere. L’emulazione diventa così la risposta perfetta a una violenza gratuita. I ragazzi oggi hanno bisogno di sicurezza, che la società non è più capace di fornire. C'è chi porta il coltello per difesa: “puoi sempre incontrare uno squilibrato che ti aggredisce”, in città percepite sempre più violente. Ciò di cui hanno bisogno i giovani è essere seguiti, guardati, voluti bene, accompagnati. Hanno bisogno di modelli autentici, di guide paterne, di persone che li aiutino a crescere e non li sfruttino. Prima ancora, sono soggetti fragili, benvoluti dall’economia, ingannati con finti piaceri e facili guadagni, demotivati allo sforzo e alla conquista di obiettivi da raggiungere con sacrificio. Un ragazzo insicuro, lasciato a se stesso, senza controllo, senza poter contare sulla famiglia o su amici solidi, diventa facilmente preda di situazioni più grandi di lui. Tra i 15 e i 19 anni la violenza è aumentata sensibilmente; dal 2019 al 2024 è più che raddoppiato il numero di minori segnalati per porto di armi improprie. Molti giovani dichiarano di portare un coltello per sentirsi più sicuri, anche solo perché percepiscono che “gli altri ce l’hanno”. La sensazione di insicurezza e vulnerabilità spinge verso l’arma come difesa. I social network, i video e la musica spesso glorificano la violenza o mostrano le armi come simboli di status e potere, rendendo questo comportamento più accettabile e attraente. Coltelli e armi improprie, inoltre, sono acquistabili online. Ai giovani servono adulti credibili e affidabili, modelli con cui confrontarsi. Sapere di poter contare su qualcuno che dia fiducia e mantenga un atteggiamento coerente li rafforza e li rende più sicuri. L'allenatore, il docente, il parroco, un amico di famiglia, un nonno: tutte le figure che ruotano intorno a loro e che devono essere autentiche, capaci di instaurare rapporti leali e sinceri, senza ipocrisia. Da un punto di vista educativo è fondamentale lavorare sulla paura e sull’insicurezza. I problemi vanno affrontati in famiglia, a scuola e altrove. Affrontarli significa comprenderli e individuare strategie adeguate per risolverli. Prima ancora che un adulto, il giovane vuole essere guardato: esserci per lui, riconoscerlo, non sentirsi un numero ma una persona di cui gli altri hanno bisogno. Funzionano le relazioni sane, la presenza attiva degli adulti, la prevenzione precoce e una comunità in cui il ragazzo possa sentirsi accolto e al sicuro.

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