Vico Equense / Isernia - Il 2026 si apre con un’immagine che la politica nazionale non può più ignorare: settemila fiaccole che squarciano il buio di Isernia. Non è solo una protesta locale; è l’atto d’accusa contro diciassette anni di commissariamento che hanno trasformato il diritto alla salute in un calcolo ragionieristico. Ma mentre il Molise insorge con una compattezza che ha il sapore della rivolta identitaria, dall’altra parte dell’Appennino, a Vico Equense, il declino della sanità pubblica segue una traiettoria diversa, più silenziosa e, per certi versi, più insidiosa. A Isernia, il sindaco Piero Castrataro ha rotto gli schemi del "politicamente corretto" istituzionale. Dormire in tenda davanti al Veneziale significa riprendersi il ruolo di "primo cittadino" nel senso letterale: il primo dei cittadini tra i cittadini. Questa scelta ha catalizzato settemila persone perché ha dato un volto umano alla resistenza contro il POS 2025-2027.
A Vico Equense, la politica locale si trova in un vicolo cieco differente. Se a Isernia la folla urla per non morire, a Vico si assiste a una sorta di anestesia collettiva. La partecipazione è scarsa non perché manchino i problemi - il "De Luca e Rossano" è da anni un malato terminale in termini di organico e servizi - ma perché il tessuto politico e sociale è rassegnato alle decisioni regionali che sembrano calate dall'alto, immodificabili.
Il parallelismo politico è evidente nelle proposte. Castrataro a Isernia lancia la sfida: incentivi comunali per reclutare medici e accordi di confine con l'Abruzzo. È una politica del "fare" che nasce dalla disperazione.
A Vico Equense, la battaglia politica fatica a diventare mobilitazione di piazza.
Isernia
Mentre gli studenti di Isernia aprono il corteo rivendicando il diritto di non dover emigrare per curarsi, a Vico i giovani sembrano distanti da un presidio sanitario che percepiscono come lontano dalle loro urgenze, commettendo l'errore di non vedere che la dignità di un territorio si misura dalla capacità di assistere i propri fragili. Il dato politico più brutale che accomuna queste due realtà è il fallimento dei commissariamenti e dei piani di rientro. Il debito non si è estinto, ma i servizi sì. Isernia dice basta a una politica che chiede "sacrifici di sangue" senza offrire una prospettiva. Vico Equense, pur con i suoi numeri ridotti in piazza, rappresenta l'altra faccia della stessa medaglia: una comunità che rischia di svegliarsi troppo tardi, quando l'ospedale sotto casa sarà diventato solo un ricordo o un poliambulatorio svuotato di ogni funzione d'emergenza. La mobilitazione di Isernia è un monito per la politica campana e per quella della Penisola Sorrentina. Dimostra che quando il potere si chiude nei numeri, l'unica risposta possibile è la riconquista dello spazio pubblico. Se a Vico partecipano poche persone, la colpa non è solo dei cittadini, ma di una politica che non è riuscita a trasformare il disagio in visione comune. La sanità non è un costo da abbattere, è il contratto sociale che tiene insieme una comunità. Senza il coraggio di scendere in strada, come hanno fatto i settemila del Molise, il destino di Vico Equense e di tanti centri della costa sarà scritto in uffici lontani, dove il "diritto alla salute" è solo una riga di bilancio da tagliare con un tratto di penna.
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