mercoledì 26 agosto 2026

La personalità al volante

di Filomena Baratto

Ci sono molti modi per cercare di comprendere la personalità di una persona; tra questi, anche il modo in cui guida. Sì, osservare qualcuno al volante può essere un po' come scattare una fotografia del suo modo di essere. La guida, infatti, può offrirci un quadro, quasi analogico, delle sue capacità, del suo modo di comportarsi, di interagire e di vivere il rapporto con gli altri. Quando mi trovo accanto al conducente, non mi sfugge quasi nulla. Vado in apprensione quando assisto a manovre azzardate o a situazioni di pericolo che l'altro non sembra aver considerato. Solo allora mi permetto di raccomandargli di procedere con prudenza. Chi viaggia in macchina con me dice spesso che vado veloce; poi, però, quando si accorge che sono prudente, che ho riflessi pronti e che rispetto le norme, si tranquillizza e mi dice che si fida di me. Quando sono sulla strada, mi guardo intorno e vedo persone che guidano in modo davvero riprovevole. A volte penso che dovrebbero rifare tutto il percorso per riprendere la patente. Già il modo di tenere il volante può dire qualcosa. C'è chi vi si aggrappa come se fosse ancorato a qualcosa a cui affidarsi per sentirsi al sicuro, invece di essere lui a condurre il veicolo. Una presa eccessivamente forte, movimenti rigidi e una scarsa capacità di attenzione possono fare sì che, al momento opportuno, non si reagisca in tempo, risultando lenti nelle frenate, nelle manovre o nel dare la precedenza. C'è poi chi procede con una sola mano mentre tiene l'altro braccio appoggiato al finestrino.

 

E con quel braccio fuori è capace di dirigere un'orchestra: lo alza continuamente, lo agita, gesticola mentre parla. Molti lasciano la mano destra sul cambio senza mai toglierla e girano in ogni direzione con l'altra, come se fossero sulle macchinine delle giostre. Alcuni sembrano affrontare la strada come se andassero in guerra; altri, invece, come se fossero comodamente seduti nel salotto di casa. Ci sono poi quelli che partono senza rendersi conto di avere gli specchietti laterali chiusi, dimostrando di non essere consapevoli di ciò che accade intorno a loro. E già questo dovrebbe far riflettere: guidare significa, prima di tutto, essere presenti e avere la percezione di ciò che ci circonda. Secondo alcuni, il modo di stare al volante dipende soprattutto dal comportamento e dal carattere. In realtà, per quanto la personalità possa influenzare le nostre azioni, guidare un'auto è qualcosa di più complesso. Conoscere le norme non basta: occorrono attenzione, autocontrollo, capacità di valutare le situazioni, rispetto delle precedenze e dei limiti di velocità, oltre alla cura nei confronti dei pedoni e degli altri utenti della strada. Un momento di vero panico arriva, per alcuni, quando bisogna fare retromarcia. Sembra una cosa semplicissima, eppure c'è chi la vive come una prova insormontabile: non riesce a completarla senza toccare prima a destra e poi a sinistra, fino a rischiare di urtare le auto vicine. Alcuni non si girano nemmeno e pretendono di fare tutto guardando soltanto gli specchietti, fermandosi quando ormai sentono l'urto. Sarà forse una questione di orientamento, ma sicuramente serve pratica per imparare a fare bene una retromarcia. Anche in questo caso, però, si può osservare un aspetto interessante: di fronte a una difficoltà, alcune persone non rallentano e non prendono le dovute precauzioni, ma cercano di uscirne velocemente, quasi volessero liberarsi del problema prima ancora di averlo compreso. Molto spesso diciamo che «chi va piano va sano e va lontano», ma anche procedere troppo lentamente può diventare un problema. Quando si viaggia a una velocità eccessivamente ridotta, in assenza di limiti particolari, si finisce per creare una lunga fila di auto dietro di sé, costringendo gli altri a rallentare e contribuendo alla formazione di ingorghi. Per giunta, c'è chi tende a tenere una marcia troppo alta anche a velocità inadeguata, sottoponendo inutilmente il motore a uno sforzo. E non si rende conto che anche l'auto «soffre». Chi sta dietro sente quel rombo smorzato del motore e si chiede come sia possibile non accorgersi di nulla. Anche qui, forse, si può intravedere un tratto del carattere: la difficoltà a capire quando è necessario reagire, affrontare una situazione con decisione e vincere una certa inerzia. Non è soltanto il comportamento al volante a mostrarci quanto una persona sia attenta o distratta, rispettosa o incurante: anche il modo in cui tiene la propria auto può raccontare qualcosa. Spesso se ne vedono alcune ricoperte da una coltre di polvere, come se il deserto fosse finito tutto lì. Per non parlare dell'abitacolo, dove si trova di tutto: carte, bottiglie, polvere e chissà cos'altro. A volte bisogna perfino pensarci prima di sedersi. Di fronte a un simile disordine viene spontaneo chiedersi quale attenzione quella persona riservi, in generale, alle proprie cose e agli ambienti che la circondano. E, per associazione, si può essere portati a domandarsi se quel disordine esteriore non rifletta, almeno in parte, anche un certo disordine interiore. Naturalmente non è una regola: è soltanto un'impressione, una delle tante che il comportamento quotidiano può suscitare. E ancora c'è il «santo telefonino», dal quale molti sembrano dipendere. Lo guardano mentre sono in movimento, parlano al telefono, scrivono messaggi e continuano a farlo come se tutto ciò che accade intorno a loro fosse secondario. Eppure le norme sono chiare e il rischio è evidente. Mi chiedo quanto rispetto abbiano per le persone che stanno loro intorno, se arrivano a ignorare così tranquillamente le regole della strada e, soprattutto, la sicurezza degli altri. E quando commettono un'infrazione, talvolta hanno persino la presunzione di sentirsi dalla parte della ragione. Stare al volante rispecchia, almeno in qualche misura, il nostro modo di stare nel mondo: come ci comportiamo con gli altri, il rispetto che dimostriamo, l'esempio che offriamo e, soprattutto, quanta attenzione siamo disposti a riservare alle persone che ci circondano. Ma ci sono anche quelli che, osservandoli alla guida, ci offrono tutte le coordinate per riconoscerli come persone per bene, nel senso più pieno della parola. Rispettano tutti, a cominciare dai pedoni. Sanno aspettare nel traffico, al semaforo e ai caselli senza strombazzare come galline in un pollaio e senza inveire contro chi non si muove abbastanza rapidamente. Sanno dare la precedenza quando spetta agli altri, moderano la velocità, si accorgono di chi attraversa sulle strisce pedonali e, talvolta, fanno passare gli altri con educazione anche quando non sarebbero obbligati a farlo. Sono comportamenti semplici, quasi banali. Eppure proprio nelle piccole cose si misura spesso il rispetto che abbiamo per chi ci sta intorno. Senza voler interpretare il carattere di chi è alla guida, qualcosa di una persona si può intuire suo malgrado. Attraverso i suoi comportamenti, ci offre una sorta di lettura di sé. Forse è proprio questo il punto: quando siamo al volante non possiamo nasconderci completamente. Ogni gesto, ogni esitazione, ogni accelerazione, ogni precedenza data o negata racconta qualcosa del nostro rapporto con il mondo. Questo non significa che il modo di guidare possa definire una persona o permetterci di giudicarne il carattere con certezza. Una giornata difficile, la paura, l'inesperienza o una semplice distrazione possono spiegare un comportamento al volante. Ma, osservati nel tempo, certi atteggiamenti possono comunque suggerire qualcosa: il nostro modo di affrontare le difficoltà, la capacità di controllarci, la disponibilità ad aspettare, il rispetto delle regole e l'attenzione verso gli altri. E forse è proprio questo che rende la strada così interessante: è uno dei luoghi in cui siamo chiamati a convivere con persone che non conosciamo e a condividere uno spazio che appartiene a tutti. Non possiamo sapere chi siano gli altri automobilisti, ma possiamo osservare come si comportano nei nostri confronti. La strada diventa così una piccola rappresentazione della vita quotidiana. C'è chi pretende di avere sempre ragione, chi non sa aspettare, chi pensa soltanto a se stesso e chi, invece, riesce a moderare la propria fretta per lasciare spazio agli altri. C'è chi considera le regole un ostacolo e chi le rispetta perché comprende che servono a proteggere tutti. Forse è proprio nelle situazioni più ordinarie che emerge il nostro senso di civiltà. Non quando siamo osservati o quando dobbiamo dimostrare qualcosa, ma quando nessuno ci obbliga a essere gentili, pazienti e rispettosi. Si attribuisce a Winston Churchill un pensiero secondo cui il livello di civiltà e di democrazia di un popolo si manifesta anche nel rispetto che i cittadini dimostrano gli uni verso gli altri nei gesti quotidiani. Al di là dell'esatta attribuzione della frase, il concetto rimane significativo: una società non si misura soltanto dalle grandi dichiarazioni, ma anche dai comportamenti di ogni giorno. E forse la strada è proprio uno dei luoghi in cui questo rispetto, o la sua assenza, diventa più evidente. Perché, strada facendo, non mostriamo soltanto come sappiamo guidare. Spesso, senza rendercene conto, raccontiamo anche chi siamo.

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