Vico Equense - C’è un’immagine che la sociologia contemporanea evoca spesso con nostalgia: i cortili di una volta, i pomeriggi passati a rincorrere un pallone sull'asfalto, la socialità spontanea che formava il carattere e creava comunità. Eppure, quando quella stessa cartolina si materializza nel presente, il riflesso condizionato di una parte del mondo adulto non è l'applauso, ma la minaccia delle vie legali. Succede a piazza Siani, dove da circa un anno il fine settimana ha cambiato colore e rumore. Un gruppo di circa trenta bambini e preadolescenti è riuscito in un’impresa che spesso fallisce a istituzioni e associazioni: riappropriarsi dello spazio pubblico in modo sano, creativo e rigorosamente autogestito. Quello che era nato come un passatempo tra due squadre si è trasformato in un vero e organizzato torneo locale. Oggi le formazioni sono diventate quattro. Ci sono magliette stampate per l'occasione, un canale WhatsApp per coordinarsi, sessioni di allenamento settimanali e uno studio meticoloso delle tattiche. I ragazzi non si limitano a giocare: stilano pagelle, eleggono l'MVP (il miglior giocatore della giornata) e si improvvisano giornalisti intervistando i protagonisti a bordo campo. Un microcosmo di aggregazione, crescita e felicità gratuita che strappa i giovanissimi dallo schermo di uno smartphone o dall'isolamento delle proprie camerette. Questo pulsare di vita ed entusiasmo, tuttavia, ha trovato un ostacolo. Nei giorni scorsi, una residente avrebbe comunicato ai ragazzi l'intenzione di rivolgersi a un avvocato per chiedere che la piazza torni al silenzio.
La richiesta, in sostanza, è quella di restituire piazza Siani al suo ruolo di sterile distesa di piastrelle, priva del disturbo di chi, a tredici anni, commette il "reato" di essere felice ad alta voce in un luogo pubblico. L'episodio fa emergere una profonda contraddizione generazionale. Viviamo in un'epoca in cui gli adulti si dicono costantemente allarmati per il fenomeno degli hikikomori, per l'isolamento sociale dei ragazzi e per la dipendenza da internet. Ci si lamenta di una gioventù "nerd" o, peggio, preda delle devianze della movida e delle baby gang. Poi, però, quando i ragazzi scelgono la strada più vecchia e sana del mondo — lo sport libero in piazza — la risposta è la diffida. È il sintomo di una società sclerotizzata, che idealizza l'infanzia nei talk show ma non tollera il rimbalzo di un pallone sotto la propria finestra. Una comunità che preferisce il vuoto rovente e decoroso del cemento al rumore della vita che cresce. Le piazze nascono storicamente come spazi di aggregazione, organi vitali delle nostre città e non come semplici elementi di passaggio o parcheggi silenziosi. Difendere il diritto al gioco di questi trenta ragazzi significa difendere il futuro stesso della comunità locale. I tornei autogestiti di piazza Siani meritano tutele, spazi e sostegno, non carte bollate. Perché una città che fa silenzio davanti alle risate dei propri figli è una città che sta rinunciando a respirare. Viva la piazza viva, viva il chiasso del gioco sano.

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