di Antonino Siniscalchi
Sorrento - In Penisola Sorrentina, la Domenica delle Palme non è soltanto un momento liturgico, ma un rito collettivo che affonda le radici nella memoria e nella manualità di un territorio. Tra Sorrento e i comuni limitrofi, la lavorazione delle palme di fico continua a raccontare una storia fatta di gesti antichi, tramandati con pazienza e passione. È una tradizione che vive nelle mani di chi la custodisce e la rinnova ogni anno. Tra questi, spicca il lavoro e la sensibilità di Anna Gargiulo, docente di Arte del Tessuto, che ha raccolto e fatto proprio un sapere prezioso grazie all’incontro con un maestro d’eccezione: il signor Giuseppe, 86 anni, autentico custode di una tecnica tanto semplice quanto straordinaria. Il suo racconto è intriso di emozione e gratitudine. «Una storia meravigliosa», la definisce, parlando di un uomo capace ancora oggi di trasmettere con generosità il valore del fare, del creare con le mani, del rispettare i tempi della natura. In un’epoca dominata dalla velocità, la lavorazione delle palme di fico si impone come un gesto controcorrente, fatto di lentezza e attenzione. Tutto inizia dalla campagna, dove la ricerca dei rami diventa già un primo atto di conoscenza. Non tutti i rami sono adatti: devono avere la giusta lunghezza, essere tagliati prima dei nodi per permettere l’estrazione del midollo, elemento essenziale per la lavorazione. È un sapere che non si improvvisa, ma che si apprende osservando, ascoltando, provando. Segue poi la fase più delicata: la preparazione. Occorrono bastoncini di legno di diverse dimensioni per svuotare i rami con precisione, senza spezzarli. I modellini ottenuti vengono messi ad asciugare con cura, rispettando tempi naturali che non possono essere forzati. Alcuni elementi, una volta induriti, sono pronti per essere utilizzati; altri, invece, necessitano di essere inumiditi per tornare malleabili e dare forma a decorazioni più complesse. È un lavoro certosino, che richiede manualità, concentrazione e dedizione.
Ogni palma diventa così un piccolo capolavoro artigianale, unico e irripetibile. Ma soprattutto, ogni intreccio racconta una storia: quella di chi ha imparato e di chi continua a insegnare. In questo passaggio di testimone tra generazioni si coglie il senso più profondo della tradizione. Non si tratta soltanto di conservare un rito, ma di mantenerlo vivo, adattarlo, farlo respirare nel presente. La scuola, in questo, diventa luogo privilegiato di trasmissione, dove arte e memoria si incontrano. E mentre le palme intrecciate tornano a riempire le chiese e le case della Penisola, il gesto di chi le realizza assume un valore che va oltre l’estetica. È identità, appartenenza, ma anche un atto d’amore verso un patrimonio che continua a vivere grazie a mani sapienti e a cuori attenti. Perché, in fondo, il risultato finale – come ricorda Anna Gargiulo – ripaga ogni fatica: non solo per la bellezza dell’opera, ma per il significato profondo che porta con sé. Un intreccio di fede, arte e memoria che continua a rinnovarsi, anno dopo anno.

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