martedì 24 marzo 2026

Il messaggio delle urne è molto chiaro: la Costituzione non si tocca

di Francesco Barbagallo - Il Corriere del Mezzogiorno

Ancora una volta la Costituzione ha vinto. E ha riportato gli italiani alle urne. La cosiddetta riforma della giustizia preparata dal governo Meloni aveva un obbiettivo primario: la Costituzione repubblicana, con la rottura dell'equilibrio tra i poteri fondamentali e specificamente tra esecutivo e giudiziario, con la sottomissione del secondo al primo. Ancora una volta la Costituzione ha vinto. E ha riportato gli italiani alle urne. La cosiddetta riforma della giustizia preparata dal governo Meloni aveva un obiettivo primario: la Costituzione repubblicana, con la rottura dell'equilibrio tra i poteri fondamentali e specificamente tra esecutivo e giudiziario, con la sottomissione del secondo al primo. Sarebbe seguìto il secondo attacco alla Costituzione, con la cosiddetta riforma del premierato, che doveva accrescere a dismisura i poteri dell'esecutivo nei confronti di un Parlamento sempre più indebolito. Restava infine l'ultimo colpo all'unità nazionale con l'infausta proposta dell'autonomia differenziata. Questo nefando progetto è stato affossato al suo primo tentativo dalla maturità democratica del popolo italiano che è tornato alle urne per difendere ancora una volta il sistema democratico disegnato dalla Costituzione repubblicana in antitesi col nefasto regime fascista.

E non è la prima volta che questo accade. È la terza volta che viene bocciata dal referendum una riforma costituzionale: la prima fu nel 2006 col governo Berlusconi, la seconda nel 2016 col governo Renzi. L'unica riforma costituzionale approvata da un referendum furono le modifiche al Titolo V della seconda parte della Costituzione. Ma allora la legge costituzionale fu presentata dal governo di centro-sinistra Amato e approvata dal centro-destra di Berlusconi. Si credeva così di depotenziare il secessionismo della Lega Nord. Ma il risultato fu l'incredibile, nuovo articolo 114 della Costituzione: «La Repubblica è costituita dal Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato». Commenterà sconfortato Natalino Irti: «E come poi invocare o esigere il senso dello Stato quando lo Stato ha perduto ogni senso». Ancora una volta quindi un progetto di sconvolgimento dell'ordinamento costituzionale è stato bloccato da una larga partecipazione democratica. Allora non è vero che la scarsa affluenza alle urne è un fenomeno irreversibile. Ogni volta che la Costituzione repubblicana appare in pericolo gli italiani accorrono in massa alla sua difesa. La sempre più larga astensione è dovuta invece alla sfiducia crescente degli italiani nella qualità di una classe politica autoreferenziale, attenta ai propri interessi e incapace di definire progetti necessari per dare prospettive positive ai prevalenti strati sociali meno tutelati e in gravi difficoltà. Non è un caso che nell'ultimo decennio abbiamo assistito prima al successo e poi al crollo di tre differenti organizzazioni e movimenti: il partito democratico, i Cinque Stelle, la Lega. Poi sono arrivati i Fratelli d'Italia, che oggi hanno conosciuto la prima bruciante sconfitta. Le organizzazioni che hanno sostituito malamente i vecchi, ingiustamente bistrattati, partiti devono trovare una identità seria e capace di fare politica nel senso di curarsi effettivamente delle necessità dei cittadini. Soltanto quando troveranno politici credibili gli italiani torneranno ad esprimere un voto, che non può essere fondato che sulla fiducia. Comunque siamo ormai sicuri che ci saranno sempre quando si tratterà di difendere la Costituzione del 1948, lo scudo della nostra libertà democratica.

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