di Filomena Baratto
La lettura dell’articolo sul Corriere della Sera di Chiara Mocchi, la professoressa accoltellata a Bergamo e tornata a casa, mi ha profondamente commosso. Per tanti motivi. Innanzitutto perché, come docente, ho vissuto esperienze intense con gli alunni, fortunatamente non paragonabili alla sua. Poi per l’emozione nel sentirla parlare con la stessa forza di prima, nonostante tutto. E per il brivido nel leggere le parole di chi la soccorreva: «Ancora pochi secondi, la stiamo perdendo. Ora o mai più.» Ma c’è un’altra emozione, forse ancora più significativa: un ragazzo di tredici anni ha trovato il coraggio di intervenire, urlare, opporsi. Di fronte a una situazione così grave, qualcuno sarebbe scappato, qualcun altro sarebbe rimasto paralizzato. Lui ha agito. Senza calcoli, senza esitazioni. Forse senza nemmeno avere il tempo di comprendere fino in fondo il pericolo. Un gesto nato da qualcosa di profondo: un’umanità che precede il ragionamento, che non si chiede se sia giusto o conveniente intervenire, ma lo fa e basta. E allora la domanda diventa inevitabile: da dove nasce la furia dell’aggressore? E da dove, invece, il coraggio dell’altro? Stessa età, stesso contesto, esiti opposti. Non basta parlare di carattere o di ambiente. Le differenze stanno anche nel modo in cui ciascuno interiorizza ciò che vive, negli esempi che osserva, nei modelli che assorbe. I ragazzi crescono guardando gli adulti: non possiamo insegnare una cosa e viverne un’altra.
Tecnologia, benessere, esposizione continua al presente: bastano davvero a spiegare episodi così gravi? E se fosse così, perché dagli stessi contesti non nascono comportamenti uguali? Forse manca qualcosa di essenziale: una bussola interiore. Un riferimento che permetta di distinguere il bene dal male senza giustificazioni ambigue. Perché sentimenti come la rabbia o la vendetta esistono, ma non possono diventare azione. Non si può rispondere all’ingiustizia con altra violenza. E allora resta una domanda: chi deve alimentare sentimenti più umani? La risposta, per quanto scomoda, è semplice: tutti noi. Educare all’empatia, al confronto, all’ascolto non è un compito astratto. Significa creare occasioni per mettersi nei panni degli altri, riflettere, discutere, comprendere. Significa insegnare e mostrare che le emozioni si possono riconoscere e gestire, che esiste un limite, che ogni azione ha conseguenze. Nessuno è davvero estraneo quando accadono fatti così gravi. La responsabilità è collettiva, e proprio per questo anche il cambiamento deve esserlo. Perché il coraggio non nasce per caso. Nasce nei gesti quotidiani, negli esempi silenziosi, nelle parole coerenti. Nasce molto prima. E quel ragazzo, in quel momento, non ha fatto qualcosa di straordinario: ha semplicemente seguito quella bussola.

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