giovedì 15 gennaio 2026

Castellammare. I sindaci che il pd lascia soli

Luigi Vicinanza
di Marco Demarco - Il Corriere del Mezzogiorno

Può la cosiddetta società civile fidarsi ancora del Pd? È questa, ormai, la domanda vera. Può rispondere agli appelli del partito, accoglierne gli inviti a «farsi avanti», a non disimpegnarsi, soprattutto nelle città segnate da un conflitto permanente tra Stato e antiStato? La vicenda di Castellammare di Stabia, più ancora di quella di Torre Annunziata, dice che la risposta non è affatto scontata. E ciò spiega perché l'assemblea pubblica convocata per oggi dal sindaco Luigi Vicinanza - «No alla camorra, giù le mani da Castellammare» - va ben oltre il perimetro municipale. In gioco non c'è solo il destino di un'amministrazione comunale sostenuta anche dal Pd e ora sospinta verso la crisi proprio dal Pd. In gioco c'è la credibilità di quel partito che, in Campania come a livello nazionale, resta la principale forza del centrosinistra. Il titolo dell'iniziativa è inequivoco: le mani dei boss, certo. Ma anche quelle di chi, senza atti né prove, si erge a giudice morale, convinto di detenere il monopolio della verità. Il Pd non ha mai formalmente sfiduciato Vicinanza. Ha fatto di peggio: lo ha invitato a dimettersi di sua iniziativa, senza assumersi la responsabilità politica di togliergli il sostegno in Consiglio. Un benservito opaco, consegnato per di più dallo stesso segretario regionale, Piero De Luca, che poche settimane prima lo aveva difeso dagli attacchi.

 

Vicinanza, giornalista scelto anche per un profilo personale improntato a serietà e competenza, è stato eletto da una maggioranza di liste civiche sostenute dal Pd. Intorno al suo nome si era costruito un equilibrio altrimenti impossibile. In un tempo di crisi dei partiti, ha dunque accettato - per dirla con Gobetti - «di farsi politico al tramonto della politica». Ma alle prime voci su un'inchiesta anticamorra che ha solo sfiorato, senza avvisi di garanzia, due consiglieri di maggioranza, è stato ripagato con un fuoco amico tanto rapido quanto sproporzionato. Protagonista del crescendo è stato Sandro Ruotolo, eurodeputato e dirigente nazionale di primo piano, vicino alla segretaria Schlein. Prima una lettera aperta per dire che la giunta era arrivata «al capolinea», poi le dimissioni solitarie accompagnate da un'accusa ancora più grave: «Questa amministrazione non è stata un argine alla camorra». Un giudizio politico-morale fondato su sospetti, suggestioni, allusioni, ma - per quanto è dato sapere - non su un solo atto amministrativo. È qui che emerge il riflesso giustizialista: scambiare l'indizio per prova, l'ombra per colpa. Un approccio che non rafforza lo Stato, ma lo indebolisce, perché ne consuma le garanzie e lo consegna alla totale discrezionalità dei suoi avversari. Il paradosso è esploso quando il segretario regionale ha convocato Vicinanza e il sindaco di Torre Annunziata, Corrado Cuccurullo, invitandoli a una «riflessione». A Torre Annunziata, nel frattempo, è stata nominata una commissione d'accesso. A Castellammare, nulla. Né atti, né verifiche. Solo pressione politica. Un modo di fare tipico di chi non vuole assumersi responsabilità: chiama gli altri a farlo e poi si lava le mani. Non è un caso, poi, che tutto ciò accada dopo che il Pd nazionale si è ricompattato a Montepulciano, dove le aree della maggioranza si sono saldate per «indirizzare» la segretaria. L'attenzione ora è tutta per gli equilibri interni e in Campania, sistemata la partita regionale con l'elezione di Fico, i territori possono attendere. Castellammare non è nuova a sindaci lasciati soli. Pochissimi hanno concluso il mandato: Catello Polito, e per una sola consiliatura Salvatore Vozza. Vicinanza non intende dimettersi. Farlo significherebbe avallare le tesi di Ruotolo e assumere su di sé una colpa che non riconosce. In città c'è chi lo spinge a resistere e questa sera quella voce si sentirà. Ma nessuno vorrebbe trovarsi nei suoi panni. I panni di chi, ancora una volta, ha scelto di fidarsi del Pd.

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