venerdì 16 gennaio 2026

Le cinque mosse di Fico

di Paolo Grassi - Il Corriere del Mezzogiorno 

In politica, e non solo, esiste la realtà percepita; condizione che spesso, però, non corrisponde alla verità. O almeno a tutta la verità, nient'altro che la verità. Prendiamo, ad esempio, la prima parte della stagione di governo della Regione, appena inaugurata da Roberto Fico. Dopo la fase post-elettorale dei baci e degli abbracci, la sensazione, senza girarci troppo attorno, è di un presidente in qualche modo «prigioniero» dei partiti che lo sostengono e sotto pressione su diversi fronti: a cominciare dalle polemiche, sacrosante, per le poche donne nominate in giunta e più in generale destinate ai ruoli che contano. Ma la situazione è davvero questa? Quella percepita forse sì, anche perché sono in azione tanti soffiatori sul fuoco di professione (e di convenienza politica). Eppure, se si analizza con più attenzione quello che sta avvenendo a Palazzo Santa Lucia, viene facile interrogarsi se vi sia un'altra verità. Spostando l'obiettivo dal campo visivo più semplice da inquadrare, infatti, si potrebbe anche pensare a una strategia ben precisa, e su diversi fronti, attuata dall'ex presidente della Camera; uomo di poche parole, certo, eppure non per questo succube designato. Strategia, dicevamo, scandita per restare in tema da un poker o, più probabilmente, da un pokerissimo di mosse. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, Fico non si è mai spostato nemmeno di un millimetro dalla regola aurea, voluta fortemente e sin da subito, che impediva a chi fosse stato candidato, e poi eletto o meno, di entrare a far parte della squadra degli assessori. Principio che, guarda caso, ha tenuto fuori dalla giunta Mastella jr e ai margini del Consiglio Armando Cesaro. Se questo vuol dire essere in balia dei suoi tuoi stessi alleati E veniamo alla seconda (sempre ipotetica) mossa. Il nostro non ha mai rotto almeno ufficialmente con il suo predecessore, evitando accuratamente di porre veti su questo o quel nome proveniente da Salerno. Compreso Fulvio Bonavitacola, che invece era ufficialmente indigesto, eccome, a una parte dei dem. Risultato? La patata bollente è finita proprio nelle mani del Pd: quelle di Piero De Luca. Che ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie per normalizzare il rapporto con A Testa Alta e trovare una quadra capace di accontentare tutte le correnti del suo stesso partito, che è pur sempre l'azionista di riferimento della coalizione. Fatto sta che la linea adottata dal Pd, e lo si capisce bene guardando alla partita sulle presidenze di commissione, ha aperto comunque più di un fronte con gli altri . A proposito di democrat, Fico avrebbe potuto imporre il nome di una donna nella terna di assessori proposta dal partito di Elly Schlein. Non l'ha fatto. Di contro, ha voluto fortemente che il suo Movimento 5 Stelle non schierasse un uomo. Risultato? Le polemiche hanno investito e attraversato soprattutto il Pd, che non ha puntato su una donna anche allorché si è trattato di designare il presidente del Consiglio regionale e quando è arrivato il momento di assegnare il ruolo di capogruppo (pure se qui per la verità il misfatto accomuna praticamente tutti i partiti). Durante il suo discorso programmatico d'insediamento - venendo al quarto punto - il neogovernatore ha affrontato con grande enfasi, e non lesinando pesanti critiche, alcuni grandi temi: primo fra tutti, i trasporti. Per poi affidare al suo «vice», Mario Casillo, l'agognata delega in giunta. Risultato? Ora il classico cerino, con tanto di raccomandazione presidenziale di voltare pagina («in Campania ci deve essere un servizio degno di questo nome efficiente, puntuale e pulito»), è finito proprio nelle mani dell'esponente dem. Sarebbe il caso di dire: hai voluto la bicicletta (pardon, i treni) e adesso pedala . Quinta e ultima mossa: mettendo in campo una giunta non del presidente ma di coalizione - perché di questo si tratta, se non fosse chiaro - l'ex inquilino di Montecitorio ha allontanato quanto più possibile da sé la maggior parte dei problemi collegati alla squadra stessa di assessori: dai presunti conflitti d'interesse alla qualità della giunta (riservandosi peraltro una piccola-grande «soddisfazione»: la nomina all'Ambiente, dove prima c'era Bonavitacola, di Claudia Pecoraro, consigliera comunale pentastellata di Salerno non certo nelle grazie di Vincenzo De Luca). Lui, Fico, del resto, ha portato al tavolo l'unico nome sul quale nessuno ha potuto dir nulla: Ninni Cutaia, a cui ha assegnato la Cultura. E non solo: per il momento curerà direttamente i dossier Sanità e Bilancio, ma poi - evidentemente - integrerà la giunta. E lo farà con profili di sua diretta emanazione. Cinque mosse (reali o solo percepite? ) che dovrebbero far riflettere chi, forse troppo frettolosamente, sta dipingendo il nuovo governatore come un politico poco attrezzato per la sfida. Che resta difficile. Ma per tutti.

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