di Filomena Baratto
C’è qualcosa di profondamente necessario nel tornare a raccontare Giancarlo Siani. Non solo per ricordare un giovane giornalista ucciso dalla camorra, ma per riportare al centro una storia che ancora oggi interroga il nostro presente. La serata di presentazione del libro “Giancarlo Siani. Terra nemica” di Piero Perone, ieri sera al Circolo Internazionale di Castellammare di Stabia, è stata proprio questo: un momento di memoria viva, di riflessione e di responsabilità collettiva. Giancarlo Siani non era un eroe costruito a posteriori. Era un ragazzo di ventisei anni che faceva il giornalista con passione e ostinazione, convinto che raccontare i fatti fosse il modo più concreto per difendere la libertà. Collaborava con Il Mattino e seguiva soprattutto la realtà di Torre Annunziata, un territorio complesso, segnato dalle dinamiche della camorra e da equilibri di potere spesso invisibili. Siani osservava, indagava, metteva insieme dettagli e li trasformava in articoli chiari, diretti, scomodi. È proprio questa capacità di leggere il territorio che emerge con forza nel lavoro di Piero Perone. Terra nemica non è soltanto una ricostruzione giornalistica, ma un viaggio dentro il contesto in cui Siani si muoveva ogni giorno: una terra difficile, dove raccontare la verità poteva significare esporsi a rischi enormi. Il libro restituisce la dimensione di quel lavoro quotidiano fatto di appunti, incontri, intuizioni e verifiche, mostrando quanto il giornalismo di Siani fosse già maturo, rigoroso, profondamente radicato nel territorio. Durante la presentazione è emersa con chiarezza una consapevolezza: la storia di Giancarlo Siani non appartiene solo al passato. È una storia che continua a parlarci, soprattutto in un tempo in cui il valore dell’informazione e il coraggio di chi racconta i fatti sono messi continuamente alla prova.
La sua vicenda ricorda che il giornalismo, quando è autentico, non è soltanto un mestiere ma una scelta civile. Il 23 settembre 1985 Siani venne assassinato sotto casa, a Napoli, mentre era ancora nella sua Citroën Méhari verde. Aveva scritto troppo, aveva capito troppo, aveva raccontato dinamiche che qualcuno voleva restassero nell’ombra. Ma la sua morte non ha cancellato le sue parole. Al contrario, le ha rese ancora più necessarie. Libri come quello di Piero Perone servono proprio a questo: a tenere aperta la memoria, a restituire complessità e verità a una storia che non può essere ridotta a una semplice commemorazione. Raccontare Giancarlo Siani significa continuare a interrogarsi sul rapporto tra informazione, potere e territorio. Significa chiedersi quale sia oggi il ruolo del giornalismo e quale responsabilità abbia chi sceglie di raccontare i fatti. La serata dedicata a Terra nemica è stata, in fondo, un invito a non considerare la memoria come un esercizio rituale. Ricordare Siani vuol dire riconoscere il valore di chi prova a illuminare le zone d’ombra della società. Vuol dire comprendere che la verità, anche quando è fragile e scomoda, resta uno degli strumenti più potenti contro ogni forma di sopraffazione. E forse è proprio questo il messaggio più forte che emerge dal libro e dall’incontro: Giancarlo Siani non appartiene soltanto alla storia del giornalismo. Appartiene alla coscienza civile di un territorio e di un Paese che, ancora oggi, ha bisogno di guardare in faccia la propria “terra nemica” per poterla finalmente cambiare.

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