Balvano/Vico Equense - 82 anni dopo, il fischio di quel treno risuona ancora come un lamento tra le montagne della Basilicata. Il 3 marzo 1944, l'Italia viveva il suo più grave disastro ferroviario: il treno merci 8017, carico di oltre 600 persone spinte dalla fame e dalla disperazione della guerra, si spegneva nella Galleria delle Armi, trasformandola in una camera a gas a cielo chiuso. Non era un viaggio di piacere. Erano padri e madri di famiglia, come Caterina Parlato, 53 anni, partita da Vico Equense con il cuore pieno di speranza e le borse vuote, pronta a barattare pochi averi per un po' di cibo in Lucania. Come lei, centinaia di campani provenienti da Ercolano, Cava de' Tirreni e dalla penisola sorrentina cercavano di sopravvivere alla morsa della Seconda Guerra Mondiale. Il convoglio, trainato da due locomotive a vapore, rimase bloccato a causa dell'eccessivo peso e della pendenza. Il carbone di pessima qualità fornito dai comandi alleati sprigionò una densità letale di monossido di carbonio. In pochi minuti, il sonno della stanchezza divenne il sonno della morte per oltre 600 passeggeri, colti nel silenzio di una galleria buia. Per anni, questa sciagura è stata vittima di una censura militare che voleva nascondere le responsabilità e il caos dell'amministrazione alleata. Oggi, grazie all'impegno di storici e associazioni come l'Associazione Vittime del Treno 8017, la memoria è diventata un dovere civile. In occasione dell'82° anniversario, il comune di Balvano ha inaugurato il mosaico "Momento in Memoria" e promosso cerimonie di raccoglimento per onorare chi, come Caterina, non fece mai ritorno a casa. Ricordare Balvano significa dare un nome a quei volti sepolti in fosse comuni e ribadire che la dignità umana non deve mai soccombere di fronte all'indifferenza della storia.

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