sabato 3 gennaio 2026

Vico Equense. A 40 anni dalla morte di Antonio Asturi

Di fronte al mare di Castellammare, tra le mura storiche delle Terme Stabiane e il silenzio degli ulivi, si dipana la parabola di un artista che ha fatto della pittura la sua unica condizione esistenziale. Espose a Roma, Milano, Firenze, Napoli, Londra e Caracas 

Vico Equense - Esistono vite che non si misurano in anni, ma in metri di tela percorsi e in ore di luce catturate. È il caso del Maestro Antonio Asturi che ha riassunto oltre cinquant’anni di carriera come un «eterno cammino». Un viaggio nato dal semplice incanto di un bambino che osservava le ombre danzare sulle pareti di casa, e culminato in una delle esperienze artistiche più interessanti del panorama internazionale. Il fulcro di questo viaggio sono state, per oltre tre decenni, le Terme Stabiane. Per 36 anni, quelle sale non sono state solo un luogo espositivo, ma una casa spirituale. L’artista racconta l’ingresso in quei locali come un rito: camminare piano, come in una chiesa, riconoscendo ogni chiodo nel muro e ogni angolo dove la luce cadeva con precisione millimetrica. Il distacco dalle Terme, avvenuto nell'agosto del 1967 non per mancanza di energia ma per la consapevolezza di aver «già dato tutto», segna uno dei momenti più commoventi della sua vita: "un pianto composto su una panca, un ringraziamento silenzioso a un luogo che è stato palco, rifugio e testimone del suo passaggio dalla giovinezza alla maturità" è il ricordo del Maestro appuntato in una delle sue numerose agende. Una pittura di "Cuore" oltre le mode, cresciuto osservando il riflesso di giganti come: il colore irrequieto di Mancini e il segno vibrante di Gemito. La velocità futurista di Balla e la genialità di Depero. La gentilezza cromatica di Migliaro e le sfumature paesaggistiche di Casciaro. Eppure, nonostante questi illustri "compagni di viaggio", la sua voce è rimasta autentica, forgiata nel silenzio dello studio tra gli ulivi, lontano dalle mode e dai consensi facili. Il prezzo di una vocazione così totale è spesso altissimo. Tante le rinunce: gli inviti rifiutati, i momenti familiari vissuti a metà, la costante "smania di fare" che allontana dagli altri. L’arte, in questo senso, è presentata come una padrona esigente che non conosce orari e festività, ma che ripaga ogni sacrificio con un "attimo di verità": quel momento in cui l’opera riesce finalmente a dire ciò che il cuore sente. «Se tornassi indietro pagherei di nuovo lo stesso prezzo», afferma con la serenità di chi ha abitato fino in fondo la propria vocazione. L’invito che rivolge a chi osserva i suoi quadri è semplice ma profondo: non cercate solo il nome sulla tela: ma ascoltate il passo dell'uomo. Perché in ogni opera, in ogni vibrazione di rosso o profondità di blu, c’è ancora quel viandante che, con il cavalletto e i pennelli in spalla, non ha mai smesso di camminare.

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