mercoledì 14 gennaio 2026

Vico Equense: perché la politica senza competenze condanna il futuro del territorio

L’illusione che l’appartenenza possa sostituire la preparazione sta creando un danno strutturale. Per salvare la città serve un’inversione di rotta: meno slogan, più tecnica

Vico Equense non è un comune come gli altri. È un ecosistema complesso, un fragile equilibrio tra i 1.444 metri del Monte Faito e le scogliere a picco sul mare. Gestire un territorio simile non è un esercizio di retorica elettorale, ma una sfida ingegneristica, urbanistica e ambientale costante. Eppure, il nodo resta irrisolto: la radicata convinzione che la politica possa sostituire le competenze tecniche. In settori ad alto tasso tecnologico e gestionale - dalla messa in sicurezza dei costoni alla pianificazione della mobilità, fino alla gestione delle risorse idriche e dei rifiuti - non bastano la fiducia politica o l’affinità di partito. Servono preparazione, esperienza sul campo e capacità di visione. Quando le scelte amministrative vengono affidate all’improvvisazione o a figure prive di un curriculum adeguato alla sfida, il risultato è lo stallo. Ma c’è un rischio ancora maggiore: il ritardo accumulato oggi non è lineare. Nel mondo moderno, un anno di blocco decisionale o una progettazione errata richiedono il doppio del tempo e delle risorse per essere recuperati. È un debito che non pagherà solo l’amministrazione attuale, ma l’intera comunità negli anni a venire.

 

Sentiamo spesso parlare di "tutela del territorio". Tuttavia, la difesa del paesaggio e la prevenzione del dissesto idrogeologico non si fanno con i comunicati stampa. Si fanno con tecnici all’altezza, capaci di intercettare i fondi del PNRR, di dialogare con gli enti sovraordinati e di redigere piani regolatori che non siano semplici "fotografie" dell’esistente, ma visioni strategiche per il 2030 e oltre. Senza competenze, la tutela diventa burocrazia paralizzante o, peggio, un’occasione persa per ammodernare la città nel rispetto della sua bellezza storica. Un altro pilastro mancante è il confronto pubblico. Un dialogo che sia autentico e non selettivo, che coinvolga gli ordini professionali, le intelligenze locali e la cittadinanza attiva. La politica deve avere il coraggio di farsi interrogare dalla tecnica, di accettare il dissenso costruttivo e di ammettere che, su certi temi, il "sentito dire" non può competere con lo studio scientifico. Se Vico Equense vuole evitare un danno strutturale permanente, deve cambiare paradigma. La politica deve tornare al suo ruolo nobile: indicare la direzione, scegliere le priorità e poi affidarsi ai migliori esperti per realizzarle. Il tempo delle scelte "di appartenenza" è scaduto. La città ha bisogno di competenze all’altezza delle sue sfide, o resterà a guardare mentre il resto del mondo corre, pagando il prezzo di un’immobilità che oggi chiamiamo stallo, ma che domani chiameremo declino.

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