Il ragazzino, seduto sugli scogli del lungomare, che chiama i Carabinieri per segnalare il suo malessere, rappresenta un chiaro esempio di quanto, talvolta, si abbia bisogno di aiuto senza sapere a chi rivolgersi. La buona educazione insegna che non tutti meritano di conoscere i propri problemi, e che spesso essi non interessano a nessuno. Si desidera, invece, condividere il dolore, la paura, il buio momentaneo che si attraversa. C’è chi lo confida a un amico, chi all’IA, e chi, invece, si rivolge al pronto intervento. Carabinieri e Polizia sono abituati all’azione, a intervenire con rapidità e fermezza. Nessuno si aspetta da loro un sostegno psicologico. Eppure, a volte, accade anche questo. Il ragazzino chiama e racconta il proprio disagio; il carabiniere percepisce di trovarsi davanti a un caso delicato, che richiede calma, tatto e determinazione. Subentra allora un sentimento paterno, un intervento preciso, quasi chirurgico, che si manifesta nel dialogo attento e nella volontà di comprendere e aiutare. Il ragazzino riceve parole che rispondono esattamente alla sua richiesta, forse quelle di cui aveva più bisogno: la voce giusta e l’intervento adeguato nel momento di maggiore vulnerabilità. Anche qui, un’azione decisa si trasforma in sensibilità, empatia, ascolto e supporto concreto. Quanti ragazzi necessitano di un aiuto di questo tipo senza sapere a chi rivolgersi? Chiamare il pronto intervento, da parte di un giovane, è un gesto che rivela esasperazione, ma anche una speranza inattesa. Quanti avrebbero avuto il coraggio di farlo?
giovedì 7 maggio 2026
"Pronto, ci sei?"
di Filomena Baratto
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