Vico Equense - Esiste una categoria di oppositori ideologici che non rifiuta un progetto dopo averlo studiato, ma lo studia solo per trovare una scusa per rifiutarlo. È il fenomeno del "No a priori", una postura mentale ed emotiva che precede qualsiasi dato tecnico, impatto economico o beneficio sociale. Prima viene il verdetto di condanna; solo dopo si apre il processo per fabbricare le prove. Nel dibattito pubblico contemporaneo — che si parli di grandi infrastrutture, riforme istituzionali, piani urbanistici o innovazioni tecnologiche — assistiamo sempre più spesso a questa curiosa inversione della logica. Il meccanismo psicologico e politico è quasi scientifico nella sua ripetitività. L'oppositore a prescindere si comporta come un arciere che prima scaglia la freccia e poi, ovunque essa sia conficcata, disegna intorno i cerchi del bersaglio per dire di aver fatto centro. L'obiettivo primario non è valutare il merito dell'opera, ma difendere la propria identità di antagonista. Ammettere che un progetto promosso dalla "parte avversa" possa avere degli aspetti positivi significherebbe cedere terreno identitario. Di conseguenza, scatta la caccia al pretesto. Se il progetto è ecologico, si dirà che non lo è abbastanza. Se crea posti di lavoro, si contesterà la qualità di quei posti. Se i costi sono coperti, si troverà un vizio di forma nelle procedure di appalto. In questo scenario, diventa fondamentale distinguere tra il dubbio legittimo e il rifiuto preconcetto.
Il dubbio sano, che è il motore di ogni democrazia e della scienza stessa, pone domande per ottenere risposte e, eventualmente, migliorare il progetto. Al contrario, il No preconcetto pone domande sperando che non ci siano risposte, o rifiutando a priori quelle esistenti. Quando le motivazioni tecniche sollevate si rivelano infondate, l'oppositore non cambia idea, ma si sposta semplicemente su un altro argomento. È il trionfo del benaltrismo, riassunto da formule come «i problemi sono ben altri» o «le priorità in questo momento sono diverse». Si passa così da obiezioni ingegneristiche a considerazioni filosofiche, pur di non ammettere l'evidenza. Questo approccio produce un cortocircuito pericoloso per la collettività. Una società bloccata dal veto perenne è una società che smette di immaginare il proprio futuro. Chi cerca disperatamente una motivazione per dire No, spesso non si accorge che il "Non fare" ha un costo sociale, economico e ambientale tanto quanto, e spesso più, del "Fare". Finché la ricerca del pretesto sarà considerata più nobile del rischio di cambiare le cose, rimarremo spettatori di un dibattito pubblico sterile, dove non si discute per costruire, ma si analizza solo per distruggere.
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