di Antonino Siniscalchi
Sorrento - L’emergenza passa. Le fragilità restano. E gli auspici si ripetono. È questa, da troppo tempo, la storia della Penisola Sorrentina. Cambiano i sindaci, cambiano gli interlocutori istituzionali, cambiano le emergenze. Ma il copione resta drammaticamente uguale: una strada che si blocca, una condotta che si rompe, una frana che interrompe la viabilità, un territorio che si paralizza. E subito dopo arrivano le rassicurazioni, i sopralluoghi, i tavoli, gli impegni. Poi l’emergenza finisce. E finisce anche l’urgenza di affrontare il problema. Il sindaco Corrado Fattorusso ha detto una cosa semplice e difficilmente contestabile: «Non possiamo accettare che la nostra terra resti sistematicamente ostaggio della fragilità infrastrutturale». Ma proprio questa frase pone una domanda inevitabile: quante volte ancora dovremo ascoltare lo stesso appello? Perché la Penisola Sorrentina non ha bisogno di essere scoperta ogni volta che va in crisi. Le sue fragilità sono conosciute. Sono sotto gli occhi di tutti. Da decenni. Da almeno cinquant’anni si parla di viabilità, dissesto idrogeologico, trasporti, rete idrica, collegamenti. Da almeno cinquant’anni si invocano interventi capaci di mettere il territorio nelle condizioni di affrontare il futuro. Eppure basta una giornata difficile per riportare tutto al punto di partenza. Non è una questione di mettere sotto accusa chi oggi lavora per risolvere l’emergenza. Tecnici, operai e operatori di Anas e Gori sono chiamati a fare il loro dovere, spesso in condizioni difficili. Il problema è un altro: perché dobbiamo sempre aspettare il guasto, la frana, l’allagamento o il blocco della circolazione prima di occuparci delle vulnerabilità che conosciamo da anni?
È qui che la politica delle emergenze mostra tutti i suoi limiti. Alla Penisola sorrentina si chiede di essere una vetrina internazionale del turismo, di accogliere visitatori, produrre occupazione e generare un gettito fiscale rilevante per l’economia regionale e nazionale. Ma una destinazione turistica non può essere soltanto alberghi, ristoranti, porti, panorami e ospitalità. Ha bisogno di infrastrutture all’altezza della ricchezza che produce. Altrimenti si pretende dal territorio il massimo e gli si restituisce il minimo indispensabile. Il sindaco Corrado Fattorusso annuncia un confronto con le autorità competenti. Bene. Ma questa volta il confronto dovrebbe avere un seguito diverso: obiettivi, risorse, tempi e responsabilità. Non l’ennesimo elenco di buone intenzioni destinato a perdere forza quando l’emergenza sarà rientrata. La proposta è semplice: istituire un tavolo permanente per le infrastrutture della Penisola Sorrentina, con Comuni, Regione, Governo, Città Metropolitana, Anas, Gori, Protezione civile e rappresentanze economiche e sociali del territorio. Non un altro tavolo di parole, ma una cabina di regia con un piano pluriennale, priorità definite, finanziamenti individuati e un cronoprogramma pubblico, aggiornato periodicamente. Ogni opera dovrebbe avere un responsabile, una scadenza e un livello di attuazione verificabile dai cittadini. Ogni ritardo dovrebbe avere un nome e una spiegazione. Sarebbe un cambio di metodo: dalla rincorsa all’emergenza alla programmazione della sicurezza. La Penisola non chiede privilegi. Chiede di non essere trattata come un territorio da ricordare soltanto quando va in tilt. Perché il vero salto di qualità non sarà ripristinare la normalità dopo la prossima emergenza. Sarà fare in modo che la prossima emergenza trovi un territorio più preparato, più sicuro, più moderno. E soprattutto meno rassegnato ad aspettare.

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