mercoledì 23 settembre 2026

Il ragazzo con la Mehari: cosa direbbe Giancarlo Siani se potesse vederci oggi?

Vico Equense - Se oggi Giancarlo Siani potesse guardare oltre il finestrino della sua Mehari verde, probabilmente sorriderebbe con quella timidezza pulita che lo caratterizzava. Il 23 settembre 1985, a soli 26 anni, la camorra spegneva la voce di un ragazzo che faceva cronaca con l'unica arma che possedeva: una penna biro e la ricerca ostinata della verità. Oggi, a più di quarant'anni da quella tragica notte al Vomero, il suo nome è ovunque: scuole, aule magne, premi giornalistici e piazze portano la sua firma. C'è da chiedersi, però, cosa penserebbe un cronista così schivo nel vedere tanta attenzione catalizzata sulla sua persona. Giancarlo non era un eroe da copertina e, con ogni probabilità, rifiuterebbe la santificazione laica che spesso la memoria porta con sé. Come ricorda spesso suo fratello, Paolo Siani, Giancarlo era prima di tutto un "giornalista abusivo". Era un precario, un ragazzo che guadagnava poche lire a pezzo, costretto a muoversi senza tutele e senza alcuna scorta.Oggi diffiderebbe delle celebrazioni di facciata. Se vedesse la folla parlare di lui, chiederebbe di spostare i riflettori dal suo volto per puntarli sulle storie che non vengono ancora raccontate. Ci direbbe che la memoria ha senso solo se si trasforma in azione quotidiana, e che legalità non è una parola da pronunciare sul podio di un convegno, ma una scelta quotidiana fatta di onestà e schiena dritta. C'è un aspetto, tuttavia, che lo riempirebbe di orgoglio: lo sguardo dei giovani nelle scuole. Nelle aule di tutta Italia, la storia di Siani non viene percepita come un polveroso capitolo di storia patria, ma come una scintilla viva. I ragazzi empatizzano con lui perché in Giancarlo vedono i propri sogni, la propria precarietà e il proprio desiderio di giustizia. Nel vedere gli studenti commuoversi ed entusiasmarsi davanti alla sua lezione di dignità, Siani capirebbe che il suo sacrificio non è stato vano.

 

Non vedrebbe folle distanti, ma una comunità di "persone perbene" – o, come amava sottolineare lui stesso, persone che lavorano "per il bene della verità". Se Giancarlo Siani potesse parlarci oggi, ci lascerebbe con un monito severo. Ci ricorderebbe che il giornalismo precario, solo e sotto ricatto esiste ancora. Ci guarderebbe negli occhi e ci chiederebbe: «Cosa state facendo, voi, per proteggere chi cerca la verità?». La sua eredità non è un monumento di bronzo, ma una domanda aperta che continua a correre sulle ruote di una Mehari verde. Un invito a non girarsi dall'altra parte, a non abituarsi al compromesso e a continuare, ogni giorno, a fare semplicemente il proprio dovere. 

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