mercoledì 30 settembre 2026

Noi, senza partito non senza politica

di Carlo Falcone - Il Corriere del Mezzogiorno

Anch'io ho conosciuto la politica dei partiti e continuo a considerare i partiti strumenti indispensabili della democrazia. Ma da molti anni una parte importante del mio impegno si svolge nella scuola, nella cooperazione sociale, nell'associazionismo, nel rapporto con persone con disabilità e fragilità e con le loro famiglie. E da questa esperienza ho maturato una convinzione: i «senza partito» di cui stiamo discutendo non sono necessariamente persone senza politica. Molto spesso sono persone che fanno politica senza chiamarla più così. Sono il volontario che dedica parte del proprio tempo agli altri, l'insegnante che prova a non lasciare indietro un ragazzo, la famiglia che lotta perché una persona fragile possa avere una vita autonoma, il giovane che si mobilita per l'ambiente o per la pace, il cittadino che difende il proprio quartiere, chi costruisce un'associazione, una cooperativa, un'esperienza culturale. C'è una società che continua a partecipare mentre, contemporaneamente, una parte crescente di quella stessa società si è allontanata dalla politica organizzata. Credo che sia proprio questa contraddizione che dovremmo provare a comprendere. Da quasi vent'anni, con la cooperativa Arte Musica e Caffè e l'esperienza di Sfizzicariello, oggi anche attraverso PraticaMente, provo insieme ad altri a costruire percorsi per persone con disabilità e fragilità. In questi anni ho imparato che l'inclusione non si realizza semplicemente predisponendo un servizio per qualcuno. Funziona quando una persona entra in una rete di relazioni, assume responsabilità, incontra altre persone, comincia a sentirsi parte di una comunità. Mi domando se qualcosa di simile non valga anche per la politica. Forse abbiamo pensato troppo a lungo che per recuperare la partecipazione fosse sufficiente chiedere alle persone di tornare a votare, di iscriversi a un partito o di partecipare a una primaria.

 

Ma prima ancora di chiedere alle persone di scegliere qualcuno, dovremmo tornare a offrire loro luoghi nei quali valga la pena esserci. È questo l'aspetto della proposta di Nappi che mi interessa maggiormente quando parla di moderne Case del Popolo. Non provo nostalgia per quelle del Novecento e non penso sia possibile riprodurle semplicemente cambiandone il nome. Penso però che abbiamo un enorme bisogno di luoghi fisici nei quali le persone possano tornare a incontrarsi, discutere e perfino dissentire. Luoghi nei quali non sia necessario mostrare una tessera all'ingresso e nei quali non si venga convocati soltanto quando arrivano le elezioni. Da qualche tempo, con Sudd, stiamo provando nel nostro piccolo a fare proprio questo. Abbiamo scelto di intensificare gli incontri e di aprire discussioni sulla scuola, sulla democrazia, sulla città, sul Mezzogiorno, sui servizi pubblici, sulle fragilità sociali e sui grandi temi che attraversano il nostro tempo. Abbiamo presentato libri e incontrato autori, docenti, amministratori, professionisti, persone impegnate nella società. Anche nelle iniziative che stiamo preparando in queste settimane vorremmo continuare su questa strada: non costruire un luogo nel quale parlano sempre gli stessi alle stesse persone, ma provare a far incontrare mondi che troppo spesso non comunicano più. Non so se questa possa essere chiamata una moderna Casa del Popolo. So però che è questa l'idea di politica che mi interessa: una porta aperta sulla società. Per questo credo che la discussione aperta da Nappi sia importante e penso che, insieme alla domanda su come organizzare i «senza partito», dovremmo chiederci perché così tante persone impegnate nella società non sentano più il bisogno di entrare in un partito. Proprio perché questa intuizione è importante, credo sia utile farne emergere fino in fondo una dimensione che vada oltre la prossima scadenza elettorale e l'apertura delle liste. Nappi pone una questione reale quando propone di aprire una parte significativa delle candidature alla società civile attraverso nuove forme di partecipazione. Folena ricorda giustamente quanto profonda sia diventata la cesura tra il popolo e la politica organizzata. Allodi propone di trasformare questa domanda in Comitati per l'Alternativa. Sono strade sulle quali vale la pena discutere. A queste riflessioni vorrei aggiungere una domanda che nasce soprattutto dalla mia esperienza: cosa facciamo il giorno dopo le elezioni? Troppo spesso si cercano le persone prima del voto e si torna a cercarle cinque anni dopo. Nel frattempo, la vita continua. Ci sono persone che perdono il lavoro, ragazzi che abbandonano la scuola, famiglie che affrontano da sole una disabilità, anziani soli, giovani che lasciano il Mezzogiorno, cittadini che non riescono a comprendere una pubblica amministrazione sempre più distante. Se vogliamo davvero recuperare il rapporto con chi non partecipa più alla politica organizzata, dobbiamo esserci soprattutto in quei cinque anni. E forse proprio questa discussione ci permette di evitare una contrapposizione tra i «senza partito» e chi una tessera ce l'ha ancora. Non credo che il confine vero passi di lì. Conosco persone straordinarie che militano ancora nei partiti e persone altrettanto straordinarie che non vi entrerebbero più. E conosco, naturalmente, anche il contrario. La vera distinzione, per me, è tra una politica che vive nella società e una politica che parla soltanto a sé stessa. Abbiamo bisogno di luoghi nei quali un iscritto al PD, al Movimento 5 Stelle o a un'altra forza politica possa sedersi accanto a una persona che non vota da dieci anni, a un ragazzo che non ha mai avuto una tessera, a un insegnante, a un volontario, a un imprenditore, a una persona con disabilità, a un genitore, a un pensionato. E discutere non immediatamente di chi debba essere candidato, ma di quale città e quale società vogliamo costruire. C'è poi una parola che attraversa tutta la mia esperienza e che credo possa essere utile anche a questa discussione: relazione. Ho imparato nel sociale che nessuno diventa autonomo da solo. Ho imparato nella scuola che nessun ragazzo cresce davvero se non trova qualcuno che creda nella possibilità di coinvolgerlo. E continuo a pensare che anche una comunità politica non possa esistere senza relazioni. Per questo mi convince l'idea di mettere in rete le tante esperienze civiche che già esistono e penso che questa rete possa avere un'ambizione ancora più grande della pur importante scadenza elettorale: ricostruire comunità. Poi verranno anche le elezioni, le alleanze, le candidature e le scelte. Ed è giusto discuterne. Ma, accanto a questa discussione, dovremmo far crescere fin da ora un lavoro più profondo sulle persone, sulle relazioni e sui luoghi. Se ricominciamo dalle persone, dai problemi e dai luoghi, forse può accadere qualcosa di diverso. Gianfranco Nappi conclude il suo intervento chiedendo: «Se ne può discutere? ». Io penso di sì. E penso che Napoli possa essere uno dei luoghi nei quali farlo. Comincerei in un modo molto semplice: apriamo le porte, mettiamo delle sedie intorno a un tavolo e facciamo entrare persone che non frequentano più i luoghi tradizionali della politica. Non chiediamo subito da dove vengono o dove vogliono andare. Chiediamo loro cosa fanno, quali problemi incontrano, quale idea hanno della città e del Paese. Ascoltiamole. Forse scopriremo che i «senza partito» non dobbiamo inventarli e neppure andare troppo lontano a cercarli. Sono già intorno a noi. Forse scopriremo che i «senza partito» non dobbiamo inventarli e neppure andare troppo lontano a cercarli. Sono già intorno a noi. Il compito che abbiamo davanti è allora proprio questo: costruire insieme i luoghi nei quali la politica possa tornare a incontrarli.

Nessun commento: