Vico Equense - È un riflesso condizionato della politica nostrana: per affermare la propria esistenza, chi sta all'opposizione deve demolire ciò che fa chi governa. Un gioco delle parti antico, certo, che oggi però mostra una corda pericolosa. L’attuale classe dirigente non brilla, ed è un dato di fatto cronico: manca di visione a lungo termine, naviga a vista tra scadenze elettorali e pecca spesso di approssimazione tecnica. Eppure, chi si candida a scalzarla ed esibisce la patente di "nuova classe dirigente" non sembra fare un briciolo di salto di qualità in più nel dibattito pubblico, appiattendosi sulle stesse logiche di scontro superficiale, dove la propaganda immediata sostituisce l'analisi approfondita dei dossier. Se l'obiettivo è presentarsi come l'alternativa credibile, non basta più il baccano del dissenso preventivo. Una vera classe d'alternativa ha il dovere morale e politico di fare tre cose precise: leggere i progetti, studiarne le carte e spiegare ai cittadini perché non funzionano. Bocciare un'opera pubblica, una riforma economica o un piano di sviluppo territoriale con uno slogan liquidatorio è un esercizio di pigrizia intellettuale che squalifica chi lo compie. Se un progetto è sbagliato, si smonta dati alla mano. Si evidenziano le falle nei flussi di cassa, si criticano le coperture finanziarie, si mettono in luce gli impatti ambientali negativi con perizie e numeri, non con i tweet. La leadership si misura sulla capacità di decostruire l'errore altrui e, contemporaneamente, di offrire una controproposta cantierabile. Altrimenti, l'impressione che si lascia alla pubblica opinione è disarmante: quella di una guerra tra fazioni dove il merito delle questioni non interessa a nessuno, e dove l'unico vero fine è la conquista della poltrona. Chi ambisce a guidare un Paese o una comunità deve dimostrare di essere migliore non a parole, ma nei fatti e nello studio. Altrimenti, il cambio della guardia sarà solo l'ennesimo avvicendamento di mediocrità.

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